quello-che-hai-amato
a cura di Violetta Bellocchio

Quello che hai amato

Utet / pp. 203 / € 15
7

Da qualche tempo intorno a Violetta Bellocchio, giornalista e scrittrice, è fiorito un raccoglitore di storie dentro cui sbirciare, uscendone subito dopo con la sensazione di aver acquisito un po’ di consapevolezza in più, una consapevolezza condita da un tocco di mistero. Si tratta di Abbiamo le prove, il sito di nonfiction letteraria che in un paio d’anni di lavoro ha regalato la conferma di autrici di ottimo spessore e più spesso la scoperta di nuove firme, di quelle che come si suol dire vanno tenute d’occhio. Un lavoro di ricerca appassionato e rigoroso e applausi.

Ora è in libreria Quello che hai amato: premessa della curatrice, Bellocchio stessa, è che non si tratta della versione cartacea delle storie raccontate su Abbiamo le prove, ma di dieci  racconti inediti – declinati secondo il canone del memoir o della nonfiction – che mettono insieme persone/oggetti/città degne d’essere amate/i. Hanno partecipato all’antologia, le elenco tutte: Nadia Terranova, Mari Accardi, Giusi Marchetta, Carolina Crespi, Raffaella Ferré, Claudia Durastanti, Giuliana Altamura, Flavia Gasparetti, Chiara Papaccio, Serena Braida. 10 + 1, perché la raccolta è chiusa da un racconto di Bellocchio che non fosse così intimo si potrebbe definire una bonus track. Scrivere di te stessa ti rende libera, ma ti porta a una certa perdita di umanità, dice verso la fine.

Ognuna delle storie muove da un’urgenza differente, partendo da un punto fino ad allargare l’orizzonte. Ecco dunque la Panda bianca anti-casciabanchi di Terranova (il cui racconto insegna che anche le automobili possiedono un’anima), i gatti che quando chiudi loro la porta vogliono entrare, quando la apri vogliono rimanere fuori di Flavia Gasparetti (nella storia più metaletteraria della raccolta, mentre il racconto di Giusi Marchetta ha una notevole ricchezza linguistica e musicale). O la geografia più sentimentale che antropologica delle città: la New York di Claudia Durastanti, la Napoli di Raffaella R.Ferrè, l’Irlanda di Mari Accardi. Ma non importa svolgere la sinossi di ciascun racconto.

Una delle canzoni più belle dei R.E.M. si intitola Let me in, fu scritta da Michael Stipe pensando a Kurt Cobain che s’era ammazzato da poco. Lasciami entrare, dice la voce, nel senso di: lasciami entrare nella tua vita; ma la canzone è la descrizione di un fallimento (I had a mind to try to stop you. Let me in. Let me in. But I’ve got tar on my feet and I can’t see/all the birds look down and laugh at me. Clumsy, crawling out of my skin).

Ecco, quello che riesce alle storie di Quello che hai amato, al di là di una qualità di scrittura mediamente alta, è la costruzione di un processo empatico fondato sulla scrittura. Che è una cosa importantissima. Una connessione, un ponte, fate voi. Il fatto è che a momenti queste storie riescono a entrare.

Ecco perché vien bene leggere questi racconti. Ognuno troverà la sua storia prediletta.

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