mucchio_Robin Williams, cover

Robin Williams. Storia di una vita

Mondadori / pp. pp. 495 / € 25,00
8

Ma quanto è giusta la foto di copertina del bel libro di Dave Itzkoff, Robin Williams. Storia di una vita? C’è un ritratto in bianco e nero dell’attore con mano sulla bocca: messa lì quasi di proposito a voler trattenere quel famoso organo che non stava zitto un secondo. Una bocca dalla quale usciva una sventagliata di battute e smorfie; uno slang veloce-velocissimo da apprezzare preferibilmente nella sua lingua. Perché questo, in pratica, è stato Robin Williams. Da una parte ci stava l’attore che scomodava l’ego di epici mentori (“O capitano, mio capitano!”), talvolta restando in punta di malinconia (Will Hunting – Genio ribelle) o sbandierando aria da smemorato per individui sempre unici (da Risvegli a Hook – Capitan Uncino). Dall’altra parte, resisteva l’imperterrito comico la cui storia ha inizio nei primi anni 70. Un comico verace senza imballaggio che per funzionare metteva in azione ogni muscolo del proprio corpo.

A quattro anni dalla scomparsa, la portentosa biografia di Dave Itzkoff è talmente ben piazzata nella storia delle biografie di attori che quasi realizza il miracolo di farci udire la voce dell’attore in quelle sue pagine così dense di ricordi e battute: le più belle, le più famose. Ma prima, Robin Williams. Storia di una vita pensa giustamente ai convenevoli, e alla famiglia. Quella dell’attore era benestante: padre grande lavoratore per la Ford, madre piuttosto creativa anche se doveva pensare a come gestire una cena con ospiti di riguardo. A vederlo nelle foto scolastiche, Robin pare il clone con giacca di uno degli allievi della Welton Academy de L’attimo fuggente (1989). Da questa parte dell’America, Chicago e dintorni, la vita del giovane Williams sembra disegnata con la squadra, rigorosa, ligia al dovere ma non esente da iniziali punzecchiature comiche che lo condurranno una battuta alla volta sul sacro altare della recitazione. Il big bang che attende solo di esplodere ha però bisogno di altra destinazione: la famiglia si trasferisce quindi sulla costa ovest del Paese, in California, nella penisola di Tiburon, ed è qui che il meticoloso studente con valigetta, in giacca e cravatta, si converte a uno stile più easy. Presto sarà tempo di camicie hawaiane, bretelle color arcobaleno: l’abbigliamento casual del folletto della risata che farà della recitazione una ragione di vita, contraria a ogni indicazione paterna (“Splendido, solo fai in modo di avere un mestiere di riserva, tipo il saldatore”, gli dirà il padre quando Robin confessa di voler fare l’attore).

Non staremo qui a elencare la particolareggiata carriera scolastica e formativa dell’attore, tranne ricordare una capatina nientemeno che alla prestigiosa Juilliard School di New York dove troverà un grande amico (Christopher Reeve) e un severo maestro (John Houseman). Dave Itzkoff ha riservato a questa parte della storia capitoli pieni di ricordi personali dell’attore o delle sue vaste conoscenze dell’epoca. Tutto il libro, d’altronde, funziona come un mosaico di memorie che contribuiscono a compattare il ritratto di un incorreggibile perfezionista con la tendenza a farsi trascinare dall’enfasi comica.

Far ridere la gente nella vita dell’attore era in effetti come la guida per le tende di Nadine in Twin Peaks: un’ossessione, ma anche qualcosa da perfezionare a ogni costo. Un istinto di sopravvivenza che prendeva il controllo sul timidissimo essere umano Robin Williams pure quando stava lontano dalle telecamere. Forse è per tale ragione che ha avuto tanta fortuna come alieno, il Mork di Mork & Mindy, perché lui decisamente non era di questo pianeta. Itzkoff racconta quanto l’irrefrenabile impulso comico di Robin andava sempre a segno: raramente l’attore si sgonfiava perdendo la bussola sul palco. C’era sempre un appiglio nel mondo materiale che lo faceva rinsavire e ripartire alla carica. Un po’ come il suo amico Billy Crystal, abilissimo nell’infilare una battuta dietro l’altra spesso improvvisando e senza dare tregua al pubblico (chi non ricorda quando, presentando gli Academy Awards nel 1992, Crystal appoggiò inaspettatamente il volto al microfono dicendo: “Look: Jeff Goldblum The Fly!”). Sul mondo dei comici americani, fra talento e improvvisazione, il libro di Itzkoff non perde di vista neppure un tassello. Soprattutto, si premura di delineare la carriera dell’attore ponendolo con un occhio di riguardo nel formidabile background della comicità americana dei primi 70 fatto di luoghi sacri, il Comedy Store o l’Hollywood Improv di Los Angeles, e composto da una marea di persone: Andy Kaufman, Jay Leno, David Letterman, Richard Pryor, Billy Crystal e Woopy Goldberg con i quali peraltro Williams farà Comic Relief.

In oltre 400 pagine, Robin Williams. Storia di una vita esprime la bellezza di una vita che è stata spassosa e tutto sommato meravigliosa, facendo spesso l’opportuno punto della situazione: Dave Itzkoff ci fa capire quanto l’ossessione per la risata scorresse nelle sue vene parallela alla voglia di affermazione. Perché Robin Williams era un artista che inconsciamente sapeva di poter arrivare ovunque, ma talvolta stentava a crederlo. Con abbondanza di particolari, aneddoti e retroscena sulla sua ascesa, dalla sitcom Mork & Mindy ai primi film, Itzkoff guarda all’ispirazione, alla follia di Williams senza mai trascurare gli eccessi. Interrotti di punto in bianco con la morte di John Belushi, suo grande amico. Ne salta fuori il ritratto di un attore multiforme, capace di insediarsi tra i ventri sazi di risate, ma bravissimo a cambiare maschera in pellicole più impegnate come Good Morning Vietnam (1987), L’attimo fuggente, Al di là dei sogni (1998), Insomnia (2002). Citiamo i più celebri ma andrebbero riscoperti anche i suoi film degli anni 80.

Una versione per immagini di questo libro, ma è solo una coincidenza, è il documentario Robin Williams: Come Inside My Mind di Marina Zenovich, uscito lo scorso gennaio su HBO. Un film che appare oltremodo familiare dopo aver letto il lavoro di Itzkoff e che non si lascia dietro nulla, compresa la malinconia di aver perso questo gioiello d’attore che, logicamente, sullo schermo ha maggior effetto e veridicità ascoltando le parole di Billy Crystal (l’ultima telefonata tra i due) o osservando la commozione di Pam Dawber, sua partner in Mork & Mindy e guest star nell’episodio uno della serie The Crazy Ones con Robin Williams. Come Inside My Mind è dell’avviso che uno come Robin Williams andrebbe ricordato per quella maschera sguaiata che indossava, e per quella sua tenera idiozia che era la versione fuori di testa di altri come lui, venuti soltanto un po’ prima: i Jonathan Winters, attore che lui ammirava fin da bambino, le Lucille Ball e le Carol Burnett. Gente che sapeva scatenare un sorriso anche alzando un sopracciglio.

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