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Saverio Capozza

Mal'esseri

L'erudita / pp. 189 / € 16
8

Saverio Capozza, classe 1987, andriese. Esordisce con una raccolta di racconti, intitolata Mal’Esseri. Il beffardo gioco sillabico ci impianta negli occhi l’idea di dolore di fastidio di inadeguatezza, e di personaggi, di esseri, come dice l’autore, mala, nell’accezione spagnola di cattivi, malvagi.

Sbuca di tanto in tanto un certo Jake Larubià, scrittore di successo che sembra non riuscire ad essere il vero protagonista della storia, e ricorda con malcelato autobiografismo, l’autore. Jake non sopporterebbe una lettura psicanalitica delle sue parole (il pensiero negativo è quello che io ho sempre preso per il culo bistrattando questa pratica novecentesca e snob a cui mi accingo) ma io con coraggio mi appresto a farne una. Ogni personaggio sembra attraversare le tre fasi psicosessuali freudiane. La fase orale rintanata nelle dipendenze che coinvolgono la bocca, dal tabagismo all’alcol, passando per la logorrea ed il sesso, orale, per l’appunto, che scoviamo in gran parte degli antieroi di queste storie. Una fase anale, con il racconto Andare via con il flusso in cui mi è bastata una sola settimana di lavoro […] e tutti i buoni propositi se ne sono andati nel cesso quasi fossero la merda che non riesco a cacare. La fase genitale viva nei corpi e nei pensieri, dal racconto d’apertura con una voglia velata tra le calze ad amplessi delittuosi consumati tra la doccia e il water in L’aborto. Descrizioni libidinose incisive e mai banali. Un dialogo gratificante e continuo con il lettore “la waiting room è come tutte le waiting room di tutti gli stracazzi di strizzacervelli del mondo. Se non avete idea di come sia allora continuate pure a leggere. Dallo strizza ci finirete di sicuro prima o poi.

Tutto il guizzo ispiratore e tutti i meccanismi intrinsechi al processo narrativo, sembrano disegnare traiettorie desideranti. È il desiderio quello che scombina l’azione, che ne intercetta le fila, che produce reazioni. Gli intervalli vuoti tra il desiderio e la soddisfazione dello stesso, provocano angosce e rassegnazione, stati di euforia. Oppure un bel suicidio, meticolosamente preparato, degno del più ispirato Spike Lee, in cui il suicida scrive una lettera d’addio inusuale, in uno stratagemma narrativo che svetta su tutta la raccolta (Imbocca). La realtà riesce a stabilire una distanza, un parlare immediato e spontaneo che appare invece estremamente curato e ponderato. Qui dimora il desiderio deleuziano che non è mai unico e totalizzante, ma è sempre un insieme, è sempre un preludio ad un paesaggio eclissato. Così tutta la scrittura di Capozza trasmette questo senso insanabile di desiderare, di cercare questo luogo oltre la forma, di vestirsi di caratteri autentici, di un parlato vissuto, di uno slang talvolta musicale e altero talvolta basso e viscerale, verghiano per sensibilità, arbasiniano per attitudine. Di un bisogno che prende strade inattese. Il lucore vitale sotteso ed estremamente presente rifugge dall’idea di dissoluzione e dissipamento dei contenuti. Personaggi in lotta per la sopravvivenza: precari dentro gli scantinati, pastori dispersi tra le aride crepe della Murgia, vagabondi nelle strade sterrate cerignolesi in cerca di qualcosa da fumare. Una fauna grottesca di vinti.

Un continuo ricercare verità in una cultura post –pop-intellettualoide-anarcoide-calabrolucana sprizzante lucidità e voglia dell’ignoto che sembra essere il vero fulcro di tanto talento messo per iscritto. La convinzione che la categoria dei pennivendoli è forse la più colpevole […] del disfacimento della realtà ma che forse regala, fondendo il reale con le stronzate, la capacità di desiderare.

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