1invaders
Nona Fernández

Space Invaders

Edicola Ediciones / pp. 96 / € 10
9

La memoria è una pietra che può fare male, che forse a volte qualcuno dovrebbe scagliare lontano e che invece serve – perché serve eccome – resta testimone di un passato che a volte è terribile. Un passato che può essere talmente straziante da diventare alieno. È in questo senso che va letto il lavoro di Nona Fernández, autrice e attrice cilena che racconta in Space Invaders (Edicola Ediciones, traduzione di Rocco D’Alessandro) le voci di un gruppo di bambini. Si parte dall’11 settembre del 1973, che poi è la data del golpe cileno e si procede per quadri, senza mai raccontare la violenza di fronte, senza mai cedere alla tentazione di descrivere il mostro ma lasciando spazio ai ricordi di purezza dei ragazzi.

Come se la lezione greca sulla tragedia fosse interamente recepita (la letteratura come caverna dove il terribile arriva come apparizione), la Fernández prende un plot e lo smonta per portarlo a livello di sogno e di incubo. Per fare questo usa una lingua e un parafrasare che lasciano interdetti, come certi racconti fatti di notte in un bar tra gente che sembra essere scappata da qualcosa o che – nel caso del racconto lungo che è Space Invaders – sembra non essere riuscita a sfuggire e quindi è rimasta incastrata nelle spire della violenza becera e cattiva.

C’è, a suo modo, un’aria che ricorda la bellezza dell’Isola di Arturo nelle pagine di questa gioventù che procede su binari destinati a essere affrontati attraverso la descrizione di passi marziali, nella logica di guerre che non hanno alcuna logica. La Fernández non lo cita mai ma il grande sottinteso è questo: “I bambini giocano a fare i soldati. Ma perché i soldati giocano a fare i bambini?” per usare le parole di Karl Kraus. È davvero un libro che lascia interdetti e senza fiato, che usa la poesia come necessità estrema per scacciare le barbarie. È un libro che lascia il segno.

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