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Eric Ambler

Viaggio nella paura

Adelphi / pp. 226 / € 17
6.5

Gennaio 1940. Il secondo conflitto mondiale è scoppiato da pochi mesi. Le superpotenze iniziano la corsa agli armamenti. Graham, il giovane protagonista di questa storia, è una pedina apparentemente insignificante. Ingegnere inglese specializzato in artiglieria navale, si ritrova invischiato in un gioco più grande di lui quando i nazisti decidono di sbarazzarsene per sabotare i preparativi della marina militare turca, del cui riequipaggiamento egli si occupa. Se ne deduce un primo elemento importante. Uomo sposato, onesto lavoratore al servizio del suo Paese, Graham corrisponde perfettamente al ritratto dell’antieroe. La sua vita è indispensabile per una pura circostanza: esistono decine di uomini che potrebbero rimpiazzarlo nello svolgere la sua particolare mansione, ma se egli morisse tale sostituzione comporterebbe un ritardo che per la Turchia potrebbe rivelarsi fatale. In altre parole, egli non possiede alcuna qualità che lo renda superiore al suo lettore, chenel meccanismo della suspense è portato fraternizzare col protagonista in quanto ne condivide la dimensione di uomo qualunque.

Lo sa bene Eric Ambler, maestro riconosciuto del genere, in questa spy-story edita in diretta nel 1940 – con uno scacchiere politico appena fatto che diventa subito scacchiera narrativa sulla quale muovere i personaggi – e da poco ripubblicata per i tipi Adelphi con la nuova traduzione di Mariagrazia Gini.

Quella di Ambler è una prosa dal taglio grosso,che si muove per goffi tentativi di introspezione con lampi intermittenti di autorialità, complice un uso spesso maldestro del discorso indiretto libero. Vi si legge, ad esempio, un pensiero come questo: «L’idea che qualcuno, invece, non si limitava a sperare nella sua morte ma cercava di ucciderlo lo turbò profondamente, come se avesse ricevuto prove inconfutabili che a2 non era più uguale a b2 + c2, o che sua moglie aveva un amante». Ne risultano personaggi caratterizzati male, che emergono più a contrasto della situazione che per virtù del testo. Perfino del protagonista ci viene fornito un ritratto insufficiente a ritenere di conoscerlo, e poco continuiamo a saperne quando l’autore tiene a dirci che si comporta in modo cordiale «un po’ come un dentista di lusso che cerchi di distrarti» – immagine colta perfettamente, per parte sua.

Con ciò non si faccia l’errore di ritenere Ambler sprovveduto, anche soltanto in quest’opera, dei ferri del romanziere. La scrittura è ingenua quanto la pagina è solida. Il senso e la misura del racconto, evidenti persino in certi automatismi narrativi, sono quelli della penna professionista, dello scrittore di mestiere capace in ogni frangente di portare a casa il risultato. Così anche noi ci imbarchiamo sul piroscafo Sestri Levante, italiano come italiana la burocrazia che al solito vi sfigura, e accompagniamo il protagonista in questo rischioso viaggio «con la morte per frontiera». A bordo, iniziamo lentamente a fare conoscenza degli altri passeggeri: il leale Mathis, ex monarchico convertito al socialismo, il turco Kuvetli, bizzarro commerciante di tabacco, l’archeologo tedesco Fritz Haller, il greco Mavrodopoulos, e infine Josette, giovane ballerina di origini ungheresi con accento parigino scortata dal suo agente José, bifolco e geloso spagnolo. Temperamento in tutto femminino, sfrontata e perdutamente indifesa, magnifica e meschina, Josette è il carattere meglio tratteggiato del libro – che a lei deve alcuni dei momenti più riusciti – e in assoluto un ritratto di donna difficile da dimenticare.

Nel corso della sua carriera, Eric Ambler fu anche sceneggiatore per il cinema, il quale lo ripagò con diverse trasposizioni delle sue opere (celebre quella di Topkapi firmata da Jules Dassin). Dal romanzo in questione, che all’immaginazione del cinema offre più di una suggestione (si veda la scena della sparatoria notturna che costituisce il movente drammaturgico del racconto), è stato tratto un lungometraggio, per la regia di Norman Foster, distribuito in Italia nel 1943 col titoloTerrore sul Mar Nero. Il film, con interpreti Joseph Cotten e Dolores del Río, vede la partecipazione di Orson Welles in qualità di produttore, sceneggiatore insieme allo stesso Cotten ed interprete in un ruolo secondario; è inoltre opinione diffusa che, benché non accreditato, vi operò anche in qualità di regista.

Nonostante questo la pellicola targata Rko è una di quelle operazioni commerciali, rivelatasi fallimentare, in tutto ossequiosa ai dettami dell’industria cinematografica hollywoodiana. All’epocale produzioni statunitensi erano regolamentate dal cosiddetto codice Hays, che impediva, ad esempio, di mostrare in modo esplicito un contenuto di adulterio. Per ovviare al problema, il regista si preoccupa quindi di portare il personaggio della moglie Stephanie direttamente in scena, e a garanzia ulteriore introduce l’ingenuo espediente della lettera, col quale l’intera vicenda assume una cornice sentimentale inedita. Nel romanzo al contrario, la figura di Graham ci viene presentata in modo più distaccato, il personaggio di Stephanie non appare mai“in campo”, e anzi ci viene detto che il protagonista, seppur inconsapevolmente, «riservava sua moglie il tipico atteggiamento di un uomo sposato da dieci anni». Il suo flirt con Josette è sì una digressione, ma autentica, possiede cioè carattere di verità.

Nel film inoltre, a causa dei pesanti tagli operati in fase di montaggio, noi percepiamo gli eventi in modo sincronico, come se avvenissero tutti nello stesso momento. Nel testo al contrario, quando verso il finale la voce narrante rievoca il cabaret Le Jockey, dove il protagonista ha avuto il primo incontro con la persona di Josette, noi sentiamo che lo scrittore ha costruito uno spessore tale tra i due momenti da farci percepire una reale distanza sul piano temporale.

Qualità che ci fanno poco apprezzare la pellicola, ma che invece restituiscono più esatta la dimensione del romanzo.Che è quella di una narrazione agile e di polso, tutta giocata sul thrilling e con pregevoli scorci di umanità. Una buona lettura. Come il protagonista, che infine torna alla sua birra e ai suoi sandwich, se ne esce soddisfatti e con la pancia piena.

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