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FFS

FFS

Domino/Self
8

Ci sono più i Franz Ferdinand o più gli Sparks nel progetto FFS? La teatraleggiante Piss Off, diffusa mesi fa per antipasto, farebbe pensare che a prevalere siano i secondi, ma il responso sarebbe fuorviante. Quindi, siamo più dalle parti di Tonight o di Kimono My House? Cosa hanno in comune il quartetto scozzese e il duo americano? L’ironia, l’approccio intellettuale alla canzone, il mix di groove e melodia? Registrate nell’arco di due settimane a Londra, le dodici tracce – accompagnate da altre quattro nell’edizione deluxe – si pongono nell’insieme come un collage di differenti spunti, ad attivare ciascuno dei sei partecipanti. Ne risulta un album energico, che procede per continue sterzate e possiede il dono dell’immediatezza contagiosa. Oppure una sorta di fumetto sonoro, dalle strisce imprevedibili.

Tutti i brani sono potenziali tormentoni, farciti liricamente di storie, personaggi, nomi e citazioni. Il primo singolo Johnny Delusional è gioco di cantati in alternanza, in un crescendo di euforia che è puro nonsense se abbinato alla frustrazione sentimentale del testo, mentre il groove incalzante e il ritornello mega pop di Call Girl si ficcano prepotentemente in testa. Le tastiere ossessive di Dictator’s Son, inno di ribellione contro patriarcato e patria, elevano il melodramma ai massimi livelli, spezzato da un riff alla St. Vincent (non è forse un caso che a produrre vi sia l’onnipresente John Congleton). La velocità, i “Bomp bom diddy diddy”, le ariose sottotrame sintetiche di Police Encounters trainano l’apparente contrasto fra innamoramento e pericolo. Quest’ultimo torna in Save Me From Myself, dove la paura è scatenata da se stessi in un mix di pathos e grottesco operistico. Si prosegue con i ritmi ballabili ed esotici di So Desu Ne (compare anche la parola “kimono”, ehm), il saloon filo-sinfonico di The Man Without A Tan e il rock sotto forma di musical di The Power Couple (“We must make a great impression”). Si rallenta con la splendida ballata crepuscolare Little Guy From The Suburbs – “There are no heroes in this life”, su enfatici giri acustici – oppure con il cinismo soave di Things I Won’t Get e il meta-humour di una Collaborations Don’t Work jazzy, con un verso intonato da ogni neosocio. È altamente probabile che si tratti del disco più divertente dell’anno.

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