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Anohni

Hopelessness

Rough Trade/Self
8.5

Un protest album lo si aspettava da tempo da Antony Hegarty. Nonostante la sfilza di album firmati Antony & The Johnsons che tutti conosciamo, in cui tematiche perlopiù bucoliche, come le definiva, si dividevano tra estetica post-goth e fascinazione per il “meraviglioso”, l’artista inglese ha disseminato in numerose dichiarazioni e progetti collaterali le sue preoccupazioni per lo status quo politico e ambientale. Incastonato nel disco live Cut The World, il pezzo Future Feminism funzionava come un vero e proprio manifesto a favore dell’ambientalismo e una condanna delle istituzioni di matrice patriarcale, simbolicamente sgozzate nel video della title track. “Finché non passeremo a sistemi di governo di natura femminista non avremo alcuna chance su questo pianeta”, diceva. Nello spettacolo e documentario Turning, diretto da Charles Atlas, iniziava a liberarsi di ogni percezione unilaterale della sua transessualità, assegnando al corpo femminile di altre performer la responsabilità di incarnare e dislocare la sua voce.
Parlando di riscaldamento globale in conversazione con una di loro, Kembra Pfhaler, sul numero 1 della fanzine “Girls Against God”, ha affermato: “In quanto artista, sono portato a rappresentare le sottocorrenti della coscienza umana, e il dolore fa parte del processo. Sentirsi senza speranza fa parte del processo”. Hopelessness è il primo lavoro a consegnarci un risultato di quel processo. Non è un caso che il songwriter abbia deciso di liberarsi di “Antony” a favore dello “spirit name” femminile Anohni, che usa da quindici anni in famiglia e con gli amici per evitare di ancorare il suo nome a un unico genere: nelle intenzioni e nella presentazione, Hopelessness segna il passaggio a una nuova fase all’insegna della trasparenza. E alla trasparenza punta la musica, eliminando interamente la componente pastorale (e orchestrale) dei Johnsons a favore di un’elettronica dei giorni nostri, tra EDM e soluzioni più melodiche.

Anhoni ha descritto il disco come una sorta di cavallo di Troia: la musica evoca l’escapismo del dancefloor, le parole sconvolgono e impediscono di non sentirsi parte della conversazione. Ad aiutare ci sono Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) e il produttore scozzese Hudson Mohawke. Il sodalizio funziona: nessuno dei due tenta di sovrastare la personalità e le parole di Anohni, lasciando ampio spazio al dinamismo e all’intrinseca malinconia del suo canto, un po’ alla maniera degli arrangiamenti di Mark Bell per Björk in Homogenic (su tutte, Marrow e I Don’t Love You Anymore). Il gemellaggio con Lopatin sembra particolarmente azzeccato: lui stesso approdato a soluzioni più pop nell’ultimo Garden Of Delete dello scorso anno, fornisce degli arrangiamenti estroversi ma con quel tocco di minimalismo che sembra accentuare più che stemperare l’esecuzione di Anohni (immaginate un pezzo di Lopatin come Animals interpretato da quest’ultima: non farebbe una piega). I sintetizzatori crollano senza sosta in Drone Bomb Me, in cui Anohni canta dalla prospettiva di una ragazza afghana la cui famiglia è stata sterminata da drone americani, e in 4 Degrees esplodono come fuochi d’artificio in una specie di parata sull’ipocrisia nei confronti del problema del riscaldamento globale (“I wanna burn the sky / I wanna see the animals die in the trees”, intona implacabile). Questo effetto straniante è ovunque, portato agli estremi nella delicata Execution, un’ipnotica ballata… sulla pena di morte. Al centro dell’album una doppietta oscura, Obama e Violent Men: all’amarezza dei testi questa volta corrisponde l’incupirsi (e incresparsi) delle trame sonore. Rispettivamente un mantra infernale in difesa dei whistleblowers processati durante la presidenza Obama e un vertiginoso lamento della Terra contro il militarismo, i due brani mostrano un aspetto del disco che suona più che necessario: la rabbia. Tenendo conto dell’appeal a metà strada tra l’underground e gli anfiteatri di Anohni, Hopelessness aggiunge un nuovo capitolo alla storia della politica in musica.

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