Tre anni di lavoro al proprio disco solista, tra scrittura e (auto)produzione. Se sulla tua carta d’identità non c’è scritto Peter Gabriel, allora devi avere una buona scusa per giustificare un periodo di incubazione così lungo, a dispetto di ogni mania del fai-da-te compulsivo portata avanti dal digitale. Garry Pitcairn, al secolo Gabriele Maruti, di queste scuse ne ha almeno un paio. In primis, per l’appunto, l’autoproduzione, che nel suo caso significa aver suonato e registrato da solo tutti – e sono parecchi – gli strumenti che sentirete nel disco (fa eccezione la batteria, affidata a Steve Lions). Quando si dice il do it yourself. E poi l’aver coscientemente abbandonato il suono dei suoi Anubi (complesso milanese attivo fino a poco fa su 42 Records) per andare a prendere lezione dai migliori.
Di Beck, Wilco ed Eels, per citare solo tre nomi, I’ll See You In The Trees prende a prestito gli aspetti più difficili, quelli che in un ritornello scimmiottato o in un pezzo azzeccato non si sentirebbero, perché guardano ad un’idea globale del fare musica. È dalla scuola del buon artigianato che Pitcairn ha appreso e poi messo in pratica: i risultati sono felici, purché non si pretenda la presa immediata. Questo è il tipo di opera che si rivela passo dopo passo, per chi lo fa come per chi lo ascolta. State ai suoi tempi o non fatene nulla.

 

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