Nel momento in cui scriviamo queste righe, salta fuori la notizia che We Got It From Here… Thank You 4 Your Service è finito al primo posto nelle classifiche di vendita americane. Ora: è vero che non si vende più un disco quindi può capitare un po’ a tutti di finire in alto nei dati di vendita settimanali, però è anche vero che A Tribe Called Quest non solo non fanno un disco da diciotto anni (e di reunion live ne hanno fatta mezza ormai qualche anno fa, senza nemmeno troppi squilli di tromba) ma soprattutto loro sono i Buoni. E i Buoni, di solito, non vincono mai. Loro sono i Buoni perché il loro è il rap perfetto: elegantissimo nei suoni, intelligente ma non saccente nei testi che sono pieni di storytelling dove i lati oscuri (violenza, ostentazione, eccetera) non vengono evitati ma vengono invece affrontati con arguzia, onestà e buon senso. Più ancora dei De La Soul, già dei grandissimi di loro, gli ATCQ sono proprio il gruppo hip hop che non può non piacere a chiunque ami la musica, e intendiamo la musica tutta. Se le vibrazioni jazzy sono entrate nell’hip hop degli anni ‘90, rendendolo qualcosa di magico, lo dobbiamo soprattutto a loro con album come Low End Theory (OK, il premio va ex aequo anche a Premier e a Guru, tra quanto fatto per Gant Starr e Jazzmatazz).

I Buoni non vincono mai. Figuriamoci dei Buoni che, mettiamola giù con cinismo, devono piangere un lutto terribile (Phife Dawg, il socio di Q-Tip al microfono, è morto durante la lavorazione del disco, perdendo la sua lotta contro i danni del diabete), che è una cosa che aiuta sempre a finire nei favori del pubblico, ma i diritti interessati in generale non hanno mai sgomitato (giusto Q-Tip un decennio fa nelle sue uscite da solista un po’ megalomani, ma nemmeno più di tanto, e comunque se lo poteva permettere) e in questo album se ne sono fregati, ma proprio altamente fregati di inseguire il suono del momento. Che è il dramma della musica rap da anni a questa parte: l’ossessione per il suono radiofonico, per quello che funziona nel qui&ora, con una conseguente omologazione e banalizzazione della veste sonora d’accompagnamento.

Oh, i signori qui presenti arrivavano da diciotto anni di silenzio discografico: chiunque avrebbe avuto paura di suonare datato, superato, poco attuale, e avrebbe tentato faticosamente di far vedere che, yeah!, lui era al passo con i tempi. We Got It From Here… non sta al passo con i tempi: li supera. Li sorvola, fregandosene. Perché è classe che non ha data di scadenza. Ha il tipicissimo suono ATCQ, ma lo innerva anche di striature nuove (tipo quelle regalate da Jack White nei vari interventi chitarristici disseminati qua e là: una collaborazione apparentemente improbabile, in realtà perfetta); ha il dono della chiarezza e della efficace semplicità, ma si concede lo stesso tantissimi gustosi coriandoli sonori molto bizzarri e psichedelici; ha il dono di sovvertire i luoghi comuni, perché suona grasso (“phat”, come direbbero gli americani) pur avendo linee ritmiche leggere e non usando frequenze basse troppo ridondanti e ostentate, quindi al primo ascolto fai davvero fatica a capire come sia possibile. Le liriche sono di una intensità notevole, con momenti dolorosi ma senza mai rinunciare alla scorrevolezza di fondo che è un marchio di fabbrica.

Insomma, non c’è una cosa brutta o bruttina qui in mezzo. Mentre di meraviglie ce ne sono tante. Lo diciamo da critici musicali, da amanti del rap, da semplici ascoltatori. Mo’ che salta fuori pure che il disco sta vendendo alla grande, più di qualsiasi altra cosa a un paio di settimane dalla sua uscita, veramente ti chiedi come sia possibili che i pianeti si allineino in modo così totale. Che poi, già di tuo ti stavi chiedendo com’era possibile che quella che ti immaginavi una reunion bella, positiva, interessante ma comunque un po’ forzata, datata e formulaica avesse fruttato un capolavoro simile, così artisticamente vivo. Che dire? Ogni tanto succede. Chissà ora quanto altro tempo dovremo aspettare.

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