PADANIA
Artist First

Bisognerebbe fare tabula rasa, per affrontare correttamente un album così. Dimenticarsi del precedente “I milanesi ammazzano il sabato”, degli ultimi quattro anni su e giù per il mondo, del Sanremo con “Il Paese è reale”, della scelta di indipendenza assoluta che segna proprio l’arrivo di “Padania”: insomma, un vortice che potrebbe soffocarne le vie più originali. Lo stesso titolo appare fuorviante: muove il ricordo verso la politica di oggi, anche se proprio Manuel Agnelli afferma che si tratta di “uno stato mentale”, qualcosa legato a un orizzonte culturale antico, non solo geografico. Il materiale di cui è composto il disco, insomma, è talmente solido da non avere punti critici: il nitore della produzione, a cui ha ben contribuito Tommaso Colliva, la voce di Agnelli, accostabile, e scusate il tiro verso l’alto, a quella di Demetrio Stratos, il violino di Rodrigo d’Erasmo che non è mai stato così dissonante, le linee spezzate e non ricucite delle melodie. “Ha ancora senso battersi contro un demone / quando la dittatura è dentro di te?”, recita un frammento della title track, e il dissidio con sé medesimi è una parte rilevante dei testi: il nulla che batte alla porta, il blu che là fuori diventa nero. Un’opera densa di letteratura, dichiarata o nascosta: al sottoscritto sono venuti in mente libri come “Furore” o “Le particelle elementari”, ma si tratta di suggestioni personalissime: ciò che conta è la capacità, di ogni canzone, di avviare procedimenti empatici, di impadronirsi dell’ascoltatore con musiche (intrecciate, nette, distorte, psichedeliche, blues: in una parola, libere) a cui non si può sfuggire.
Abbiamo citato Demetrio Stratos e arriveremmo pure a citare gli Area, non perché si possano appaiare per forza strade così lontane: la tensione con cui si delinea “Padania” è però messa a punto talmente bene che la sua complessità ci costringe a considerare gli Afterhours i più bravi fuori quota della musica italiana di oggi. Gioia, rivoluzione e rock’n’roll, insomma, tutte in un unico fiato sonoro. Viva.

Tratto dal Mucchio n°693

 

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