THIRD MOUTH
Thrill Jockey/Goodfellas

Pubblicato all’incirca un anno fa, “Dorwytch” fu il primo album di Alexander Tucker a uscire su Thrill Jockey e il primo disco dell’inglese a segnare in maniera così netta un avvicinamento – non sempre perfettamente focalizzato, a parere di chi scrive – a un folk più tradizionalmente inteso dopo una serie di suggestivi lavori oscillanti tra drone music, fitti pattern elettroacustici, voci eteree e una certa predilezione per i colori più scuri dello spettro delle frequenze e le tonalità minori (non è un caso che l’artista del Kent abbia collaborato in più di un’occasione con Stephen O’Malley dei Sunn O))).
“Third Mouth” è la naturale prosecuzione di quel percorso e questa volta ogni elemento sembra essere al suo posto, rodato e funzionale. Strutture solide e atmosfere fluttuanti, stati d’animo codificati in forma di suono e melodie si integrano senza soluzione di continuità, nel senso che non si viene mai a creare un vero e proprio stacco tra le intenzioni più sperimentali e bisogno di rendere fruibili in qualche misura i propri percorsi sonori. Avvicinando lo sguardo all’oggetto dell’analisi, possiamo tranquillamente dire che l’iniziale “A Dried Seahorse” è, finora, la creazione più suadente del cantante e chitarrista, adagiata su pigri arpeggi e di tanto in tanto lambita da screziature prog che ritornano nella successiva “The Glass Axe”, incarnate dallo scampanellare di quella che sembra una celesta, e nell’organo da chiesa in acido di “Sitting In A Bardo Pond”, medievale e lisergica al tempo stesso. Mentre “Window Sill”, con quell’andatura a scatti, vagamente robotica, sembra una cartolina mai spedita dai verdi giardini di “Another Green World”, con un Brian Eno evocato anche nella impersonale serenità del canto, e la lunga e conclusiva “Rh” lancia nella ionosfera un requiem di matrice new wave, scandito da ritmi sintetici e sintetizzatori ipermalinconici. Tutti tasselli di un mosaico esoterico destinato a fruitori di nuove forme folk, purché curiosi e privi di preconcetti.

Tratto dal Mucchio n°693

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