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Algiers

Algiers

Matador/Self
7

Messa giù così suonerà brutale, ma questo avrebbe potuto, anzi dovuto, essere il disco più “negro” capitatoci per le mani nell’ultima stagione. Con le cattive nuove che arrivano dai Southern States, i recenti ritorni in pista di D’Angelo e di Kendrick Lamar, e l’incazzatura generale in vistosa risalita, non poteva esistere momento migliore per lanciare un progetto che affrontasse la questione di petto, andando a sciogliere certi rimossi sulla condizione degli afroamericani negli Stati Uniti a mezzo secolo dalla Marcia di Selma. Ecco, se gli Algiers non sono proprio quel progetto, fanno il possibile per sembrarlo: la loro proposta è un incontro calcolato al millimetro tra le distopie industriali di certo post-punk politicizzato e il soul più militante, gli echi modernisti dell’hip hop e il gospel come canto delle radici. Su tale gioco d’incastri, sapientemente preparato dai due “visi pallidi” Lee Tesche e Ryan Mahan, si staglia la voce inequivocabilmente black di Franklin James Fisher, che nei testi più riusciti (essenzialmente Blood e What Remains) sa fare il calco delle cadenze millenarie del gospel e rivolgerle all’attualità – allo stesso modo in cui certe canzoni di Bob Dylan che, partendo dall’Antico Testamento, puntavano il dito contro l’oggi.

Tutto al posto giusto dunque, almeno sulla carta. Perché quando si arriva all’ascolto la sensazione di una rivoluzione costruita in laboratorio e per giunta assemblata a distanza – i tre vivono in continenti diversi – comincia a farsi gravosa. Dovessimo dire cos’è di preciso che manca ad Algiers punteremmo su un po’ di movimento: paradossale, per un album che in scaletta conta una maggioranza di episodi uptempo, ma proprio il mancato impatto di brani del calibro di Black Eunuch e Irony Utility Pretext fa capire che ci troviamo davanti a proiettili di gomma. Li aspettiamo al palcoscenico per la prova della verità: come disse un uomo saggio, se non avviene dal vivo allora non è una Rivoluzione.

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