BACK TO BLACK
Universal

Già con Frank si era capito di avere a che fare con un talento fuori dal comune. Esordio confezionato a diciannove anni; una cosa che a livello di hype si è rivelata alla fine quasi controproducente, perché la Winehouse è diventata semplicemente “un’altra Joss Stone” (ambedue inglesi, ambedue giovinette, ambedue con un’impostazione vocale da grandi del soul di decenni fa). Riduttivo, troppo riduttivo. Con questo seguito, si dovrebbero adesso ristabilire un po’ di verità: tipo che Amy è ciò che Joss avrebbe dovuto essere, ma (per ora) non è ancora stata, né forse sarà mai. Non vogliamo sprecare però tempo nell’imbastire una gara, cadendo nel classico giochetto della rivalità femminile da inscenare. Il punto da evidenziare è che Back To Black è un album davvero magistrale. E sì che noi siamo fra quelli che guardano con un po’ di sospetto chi nel 2006 decide di riappropriarsi dello stile Motown, dell’R&B anni 60, del soul classico; questo perché di solito sono operazioni anche belle, sì, ma prima di tutto furbe. La Winehouse, invece, è talmente sciolta e a suo agio in queste undici tracce che non può essere furba. Vi è immersa con una naturalezza che non ha bisogno di particolari virtuosismi né di effetti speciali, ma che di per sé respira intensità e profondità. E classe: molta, moltissima. Nei testi usa anche sarcasmo e autoironia, segno che non sta svolgendo il temino o cantando cose d’altri, ma parla proprio in prima persona. La produzione, affidata a Salaam Remi (Nas, Fugees, Jurassic 5, ma anche nella notte dei tempi Here Comes The Hotstepper di Ini Kamoze) e Mark Ronson (ottima hip-hop head newyorkese) è fantastica: perché a un’impostazione appunto Motown, nelle strutture e negli arrangiamenti, applicano equalizzazioni tipiche dell’hip-hop contemporaneo, amalgamando questi due approcci sonori con spontaneità più unica che rara: chapeau. Non bastasse tutto ciò, su dieci canzoni otto sono molto buone e due – Love Is A Losing Game e Wake Up Alone – assolutamente meravigliose. Oggettivamente, gran disco.

(recensione tratta dal Mucchio 631 – Febbraio 2007)

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