Helder

BlueSanct/Wide

Annelies Monseré è belga, ma non aspettatevi nulla che abbia a che vedere con la scena locale: i punti di riferimento della giovane cantautrice sono da ricercare piuttosto in una scrittura minimale e intimista, rarefatta, riconducibile a certo indie-folk angloamericano. Non a torto, nella cartella stampa si parla di Movietone e Tara Jane O’Neil. Le canzoni di “Helder” sono frutto di session sparse e volutamente spoglie, che rispecchiano perfettamente l’arte povera della confezione (le note sui brani come un foglio di appunti dimenticato da qualche parte), costruite attraverso un flebile – ma mai sfilacciato – intreccio di voce, piano, violoncello, chitarra, melodica e glockenspiel. Tra le pieghe di una apparente immobilità si fanno strada alcuni momenti suggestivi, come la ninna nanna a cappella “This Quet Rain”, l’introduttiva “We’ll Dance”, con un bel giro di piano o la piccola miniatura intitolata “Sarah”, un duetto tra piano e violoncello appoggiato su un pavimento di sottile fruscio. Non sempre, tuttavia, la titolare di questo lavoro riesce a distaccarsi da un immaginario legato all’universo indie-folk di cui si diceva in apertura, il che ne abbassa il quoziente di originalità. In sintesi: un buon esordio, con una scrittura ancora da affinare. Un inizio più che promettente, in ogni caso.

 

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