I precedenti dischi di Arca, Xen e Mutant, esponevano il talento di un produttore visionario, che all’influenza di Aphex Twin univa quella dell’hip hop e un gusto barocco per dolci melodie, per quanto sempre sull’orlo di andare in frantumi. Difformi, aritmici, i brani impressionistici di Arca erano l’emblema della sensibilità decostruzionista della club music sperimentale di oggi.

Björk si innamorò dei suoi beat e dell’estetica goth queer della coppia Arca-Jesse Kanda, lo chiamò a produrre buona parte di Vulnicura e assieme partorirono uno dei break up records più devastanti di sempre. L’esperienza con Björk deve per forza di cose aver smosso qualcosa in Alejandro Ghersi. Sarebbe stata proprio lei, racconta Arca, ad avergli consigliato di provare a cantare sui suoi pezzi. Dal vivo Ghersi cantava già in spagnolo durante il tour di Xen, ma in Mutant episodi iconici come Sinner, live vere e proprie performance canore, comparivano strumentali.

In Arca, accade tutto il contrario. La voce di Ghersi volteggia indisturbata in quasi tutte le tracce, mostrando una duttilità imprevedibile, un range che ce lo riconsegna interprete ibrido a metà strada tra Klaus Nomi a Scott Walker. L’elettronica esplosiva per cui lo conosciamo è rilegata a pochi momenti (Castration, Child, il massacro bondage di Whip), ma sono i due commuoventi singoli Piel e Anoche, in apertura, a determinare il mood dell’album.

Arca è un tour de force di malinconia e s offerenza, in cui i vocalizzi di Ghersi, quasi sempre improvvisati e registrati al volo (sentirete lo schioccare della sua saliva in più punti), giocano a riempire i silenzi come fantasmi in uno spazio abbandonato. Nei brani più “vuoti”, come Miel e Coraje, la sua presenza è quasi imbarazzante, una sorta di cruda esposizione dei suoi picchi di vulnerabilità.

La nuova formula regala una sola sintesi pop (Desafío), lasciando il resto del disco in bilico tra ambient e musica sacra. Proprio ora che pensavamo di averlo capito, Ghersi torna a lasciarci a bocca aperta.

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