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Arca

Xen

Mute/Self
8

Quando si parla di Alejandro Ghersi, in arte Arca, la bilancia sembra pendere a favore di un ottimistico “found future”. “Parla un linguaggio che ancora non esiste”, dice Charles Damga dell’etichetta UNO, per cui uscirono nel 2012 gli ep Stretch 1 & 2. Se ne accorsero FKA twigs e Kanye West, con i quali Ghersi collaborò ottenendo fama di produttore avveniristico, grazie a un mix di beat pungenti, inquietanti distorsioni vocali e sequenze a cavallo tra hip hop e musique concrète (ben esemplificato dal mixtape &&&&&). Xen, con le dovute eccezioni (Slit Thru), si libera ampiamente dell’associazione con l’hip hop, avendo tanto in comune con il panorama urban quanto con certi esperimenti di Eno.

Arca sembra voler passare sotto una lente d’ingrandimento i microscopici punti di frizione tra i suoi beat precisi, indelebili e una sperimentazione più ostica e delirante con toni e strutture. Non importa quanto siano saltellanti i poliritmi e le cascate sintetiche (Sisters) o quanto travolgenti gli occasionali 180 bpm (Bullet Chained), c’è di che stringere i denti di fronte a disarmonie (Sad Bitch) e abrasioni (Fish), senza mai fidarsi troppo dei rari silenzi o della familiarità di certe soluzioni più organiche (il piano di Held Apart, la zuffa d’archi di Family Violence). C’è grazia nelle parti più virulente, inquietudine nei momenti di respiro: il bello viene generalmente accartoccciato in una morsa per poi essere liberato, più affascinante di prima. Non è un caso che a ispirare Arca siano l’androginia e la sovrumanità del suo alter ego Xen, che vedete messa a nudo in copertina e nel video di Thievery. Tongue è forse l’epitome di questo stile compositivo: mentre un synth spunta a intervalli regolari affilato come una lama, una linea di basso borbotta al di sotto assieme a una pullulare di ronzii, quasi ci fosse un altro brano a divincolarsi per emergere in superficie. “Che diamine è stato?”, viene da chiedersi. Eccola lì, la più antica delle domande da porsi di fronte al nuovo.

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