The Suburbs
Sonovox/Universal

Difficile pensare a un gruppo che negli ultimi anni abbia segnato in maniera più profonda il panorama rock degli Arcade Fire. E questo non solo in ambito indie, ove la loro influenza è sempre più avvertibile su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma anche in ambienti mainstream, viste le lodi sperticate spese in loro favore dai vari U2, David Bowie, Chris Martin e Bruce Springsteen. Il che sarebbe già di per sé tanto, ma diventa tantissimo se si pensa che tali risultati sono stati raggiunti seguendo un percorso ben definito, lontano da qualsivoglia concessione ai modi e tempi dell’industria musicale (sia over che underground) e da clamori che non fossero legati alle canzoni stesse. Non solo allora Win Butler e soci sono artisti di talento, ma vantano pure una personalità e una decisione che sembrano mancare a molti dei loro colleghi. Quelle che hanno fatto sì che non si siano accontentati di ripetere una formula rivelatasi vincente, ma abbiano preferito muoversi, crescere, magari correndo qualche rischio di sembrare troppo magniloquenti o pretenziosi. Ecco dunque che il loro secondo lavoro, “Neon Bible”, non si adagiava sulle saltellanti ritmiche talkingheadsiane dell’esordio né sul suo impatto post-punk, ma sfoggiava arrangiamenti più enfatici e pieni, grazie all’uso di organi chiesastici, orchestra e cori: scontentando chi preferiva l’immediatezza del primo al bum, ma realizzando una incontrovertibile dichiarazione di intenti artistica. Se c’era quindi una certezza riguardo alla loro opera terza ancor prima che fosse possibile ascoltarne una nota, era proprio che sarebbe stata in qualche modo diversa dalle precedenti, fermo restando l’ormai riconoscibilissima identità sonora dei suoi autori.
E così è stato, perché se da una parte “The Suburbi” è inevitabilmente in netta continuità con la produzione passata degli Arcade Fire (nell’uso degli archi, per esempio, così come nell’epicità più o meno strisciante che l’accompagna), dall’altra si colloca a una certa distanza tanto dalla relativa e travolgente immediatezza di “Funeral” quanto dalla sontuosa densità di “Neon Bible”. Dal punto di vista sonoro gli arrangiamenti, pur rimanendo parecchio stratificati, sono nel complesso più asciutti, con solo gli archi ad affiancarsi a plettri e tasti (niente più fiati, insomma), e al tempo stesso sono ancora più vari, con tocchi di elettronica in precedenza assenti dalla tavolozza della band e soluzioni inaspettate: l’incedere quasi kinksiano – o comunque molto “brit” – della title track, per esempio, i tempi dispari che minano peraltro solo in parte l’orecchiabilità di “Modern Man”, il passo quasi glam-stonesiano di “City With No Children”, il jingle-jangle che apre l’eccellente “Suburban War”, fino a una “Half Light II (No Celebration)” che crea un ponte tra la Berlino algida di “Herpes” e quella post-industriale di “Achtung Baby” e a una “Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)” che è in tutto e per tutto un pezzo synth pop (tra Blondie e T’Pau, se vogliamo), a suo modo riuscito ma probabilmente indigesto per parte dei fan. E se, come era lecito aspettarsi, non mancano momenti di grande impatto (“Ready To Start”, “We Used To Wait”, “Empty Room”, le cadenze garage-kraut di “Month Of May”), ve ne sono altri in cui il tono si fa decisamente introspettivo, e la rabbia cede il passo alla malinconia, come in “Wasted Hours” e “Deep Blue”, dalla palpabile intelaiatura acustica, e ancora di più in una “Sprawl I (Flatland)” talmente scura da stringere il cuore. Senza dimenticare una “Rococo” la cui intimità si trasforma in un’esplosione di elettricità ai confini con la dissonanza.
Impossibile al momento dire con sicurezza se “The Suburbi” – i cui brani sono collegati da un filo rosso tematico legato proprio al mondo delle periferie – sia migliore o peggiore dei primi due lavori. A pelle la sensazione è che, fatta salva qualche eccezione, la scrittura sia senz’altro meno immediata e forse appena meno brillante, ma altrettanto forte è l’idea che servano più e più frequentazioni perché l’universo contenuto in queste sedici tracce (per sessantacinque minuti totali) si sveli in pieno. Pertanto, ci si prepari a sentirlo e sentirlo ancora, con piacere, ben consci che non si tratta affatto di tempo sprecato. “Now our lives are changing fast / Hope that something pure can last” canta Win in “We Used To Wait”: per quanto ci riguarda, missione compiuta.

tratto dal Mucchio n°674

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