PLACES LIKE THIS
Moshi Moshi-V2/Edel

L’aria rock australiana ha sempre avuto una strana propensione sghemba: dalle band dei Sessanta al punk, fino ad oggi, l’aussie sound spesso ha mostrato le sue bizzarrie con notevole generosità, così come le sue parti più fiammeggianti. In questo gli Architecture in Helsinki risultano perfettamente calati nel territorio, anche se poi si ritrovano sparsi in diverse parti del mondo: una centrifuga che mette il r’n’r a confronto con ritmi vagamente sudamericani, macumbe e richiami sghembi che arrivano direttamente dal pop contemporaneo di Franz Ferdinand e affini. Se i due lavori precedenti avevano semplicemente mostrato di cosa fossero capaci Cameron Bird e soci, Places Like This porta il tutto, se non alla perfezione, almeno a un livello di piacevolezza davvero spiccato.
Si parte con il fischio di “Red Turned White”, un relé elettronico a cui si appaiono ritmiche ossessive e una voce alla Talking Heads, tastiere della nonna, sincopi assortite e senso dell’umorismo in primo piano: la formula che arriva a pezzi come “Heart It Race”, “Feather In A Baseball Cap”, Debbie prevede profumi disco, songwriting alienato, effervescenze da zoo musicale. La melodia diventa ritornello asimmetrico, i testi sono saturi d’ironia e disagio, legano influenze variopinte (a New York, Bird vive nel quartiere portoricano) ed è evidente l’energia che presiede ad ogni brano. Un’energia che sta anche nella velocità di realizzazione, fra uno studio a Brooklyn e uno a Melbourne, dove il disco è stato rifinito a dovere. Un caos pianificato, questo potrebbe essere il sottotitolo della carrellata di Place Like This, che si chiude con la folgore di “Same Old Innocence”, probabile inno autunnale, con tutte le carte in regola per riempire le discoteche alternative. Se manca qualcosa, è ancora quel pizzico di originalità che allontani del tutto i fragori e le di-
storsioni della band dalla scia del rock lunatico di tanti altri. Forse cerchiamo il pelo nell’uovo, ma pensiamo anche, al terzo cd, di poter pretendere da questi talentuosi giovanotti qualcosa di più.

(Recensione tratta dal Mucchio n.638 – settembre 2007)

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