QUARZO
Santeria-Wallace/Audioglobe

Ancor più che minimale, la musica dei Bachi da Pietra ci è sempre parsa essenziale, nel senso che in essa tutto ciò che è prescindibile è stato accantonato, ogni filo di grasso è scomparso, lasciando solo muscoli, nervi e ossa; o, fuor di metafora, voce, chitarra e batteria. Arrivati al quarto disco – non considerand  il recente live “Insect Tracks” – Giovanni Succi (Madrigali Magri) e Bruno Dorella (Wolfango, OvO, Ronin) si sono però resi conto che, a lungo andare, il loro blues scarnificato e nerissimo rischiava di sfociare nell’autoreferenzialità e, di riflesso, nell’impossibilità di comunicare quel disagio che evidentemente li anima. Un problema al quale “Quarzo” tenta di dare una parziale ma significativa risposta, dal momento che al suo interno il duo sembra non voler più scartare a priori la strada dell’accessibilità e della varietà stilistica. Ora, non che queste canzoni possano in alcun modo avvicinarsi all’aggettivo “solare”; e però è un fatto che la presenza in alcune tracce del pianoforte, così come la finora inedita chiarezza della voce riscontrabile in Dragamine, siano chiari segnali in tale direzione, così come è da salutare positivamente il ricorso ai collage e alle manipolazioni elettroniche in “Zuppa di pietre” o le cadenze che in altri contesti si potrebbero definire trip-hop di “Orologeria”. Questione di dettagli, forse, ché l’insieme fa sempre di una cupezza ispida e a tratti parecchio disturbante (lo sferragliante incedere waitsiano di ”Notte delle blatte”, “Pietra della gogna”, “Non è vero quel che dicono”) i propri punti di forza. La voce di Succi avvolge coi suoi sussurri allo stesso modo in cui la sua chitarra crea scenari di un’intimità minacciosa e piena di spigoli, ben sostenuta dal battito secco dei tamburi di Dorella, in un nuovo viaggio nelle profondità più recondite dell’animo umano appena illuminato dai fiochi raggi di luce di cui sopra. Lo dicono loro stessi in una “Pietra per pane” sorretta sottopelle da un pulsare simil-techno: “La superficie? Chiedere altrove”.

tratto dal Mucchio n° 676

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