Dodici nuovi pezzi facili”, recita il programmatico sottotitolo dell’ottavo album in studio di Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, che è più correttamente la seconda parte – il vol. 2 per l’appunto – de L’amore e la violenza, l’articolo più colorato e synthpop del trio toscano, uscito nel 2017 e trainato da un tour divertentissimo, proprio durante il quale è stata asseconda l’ispirazione che ha fruttato la maggior parte dei brani in questione. Stesso artwork, con Francesca Pizzo dei Melampus/Cristallo fotografata assieme ad Anna Terio, e prima traccia speculare a quella del precedente volume: dopo Love, tocca infatti a Violenza, cavalcata gobliniana/carpenteriana, da B movie horror, con accenni funk-dance che non dispiacerebbero a quel mattacchione di Bruno Belissimo. C’è di nuovo un altro strumentale in scaletta, si intitola La musica elettronica, la stessa “musica elettronica nuova del sabato sera” evocata l’anno scorso in Basso e batteria: eppure questi sintetizzatori, più che far ballare, fanno venire i brividi, collegandosi alle soundtrack di genere DOC.

L’amore e la violenza vol. 2 conferma, com’era logico attendersi, binari stilistici Seventies/Eighties, sonorità analogiche, melodie spregiudicate e attitudine palesemente ludica, ritmiche Daft Punk e chitarre Strokes. Perché si tratta sempre di “canzoni d’amore in tempo di guerra”, per dirla con Bianconi, oggi che la guerra è ovunque, declinata in varie forme di pensieri, parole e opere. “In questo tempo di autobombe e pane”, cantano all’unisono Francesco e Rachele nella super radiofonica Jesse James e Billy Kid: passo westernato, gancio di orecchiabilità che sloga subito la mascella. “Chiama Hitler / Chiama Donald Trump”, suggerisce L’amore è negativo, canzone di guerra e pace, di vita contro la vita, dai baluginii psych-soul. Riecco, poi, i personaggi femminili: in Veronica, n. 2, a tratti deliziosamente autoironica (“E le canzoni me le scrive il cane / Nel bene e nel male”), che potrebbe essere di ritorno dal Sussidiario illustrato della giovinezza così come, a giudicare l’outro “Oh baby baby baby come on”, da un festino dei Pulp, oppure nell’incalzante Perdere Giovanna, che immagina “come sarà pronunciato domani il verbo amare” con flash da Auschwitz post-Messiaen. Femminili sono persino gli spettri di Lei malgrado te (groove glitterato che unisce italo-disco e l’electro-funk housey dei primi Hercules And Love Affair) e A proposito di lei (ballata sanremese, quando l’aggettivo aveva un’accezione ancora musicale, per una Bastreghi sulla pista Pravo-Vanoni).

È FestivalBaustelle, né più né meno. Baby, con l’elegante voce vocoderata di un Bianconi a mo’ di Nick Cave strobo, riprende il discorso della summenzionata Basso e batteria: “Portami a ballare la musica elettronica migliore”, mentre imperversano risate di fanciulle da commedia sexy. Tazebao si riallaccia allo sloganistico usso di immagini di Eurofestival: Rachele mattatrice di linguaggio 2.0 (“Forever io e te”) e disillusione (“La merda è una certezza”). Se Caraibi è l’estate tropicale che (ri)cita Salgari e ammicca agli Smiths, Il Minotauro di Borges omaggia lo scrittore argentino, contiene un sample della Madame di Renato Zero e chiude con trascendente, ipnotica coda in circolo vizioso. Si finisce per cantarle tutte. Diabolici, umani, Baustelle.

 

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio Magazine n. 764

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