BIG SEXY NOISE
Sartorial/Goodfellas

Nel corso di trent’anni e più di carriera, Lydia Lunch ha unito le forze con innumerevoli musicisti, nei contesti più disparati. Tra questi, anche gli inglesi James Johnston, Terry Edwards e Ian White, rispettivamente cantante/chitarrista/tastierista, sassofonista e batterista dei Gallon Drunk. Una collaborazione che ora viene ufficializzata da Big Sexy Noise, prima e speriamo non ultima testimonianza di un vero e proprio marriage made in hell. La vocalità lasciva e lievemente catramosa e la presenza luciferina della cantante newyorkese si combinano infatti alla perfezione con l’estetica del trio, che mastica blues e r’n’r e sputa inquietanti bordate di rumore e sonorità sporche, sature e incandescenti. Tra i nomi che vengono in mente durante l’ascolto ci sono i Grinderman, per la fisicità di certi – molti, invero – passaggi e per la teoria di interferenze e suoni difficilmente definibili che contribuisce a rendere l’insieme ancora più sinistro; e tuttavia, rispetto a Nick Cave e ai suoi compagni di merende, qui l’approccio sembra ancora più autoriale e, soprattutto, più sottile, come se il volume alto non fosse che uno stratagemma per distrarre l’ascoltatore e arrivare a minacciarlo alle spalle. Perché è difficile non venire percorsi da un sottile brivido di paura di fronte, per non fare che un esempio, alla jazzata Bad For Bobby, degna del peggior incubo lynchiano. Le chitarre e il basso emettono stridori sferraglianti, il sassofono urla straziante, la batteria avanza intimidatoria, e la padrona di casa sembra trovarsi perfettamente a proprio agio in cotale bailamme. Materiale da maneggiare con cautela, e da avvicinare solo se disposti a farsi triturare le orecchie dalla Lunch e dai suoi degni sodali. Ci vuole coraggio, ma una volta superato il primo impatto (e l’iniziale Gospel Singer è biglietto da visita dei più devastanti) non sarà difficile farsi conquistare dal fascino perverso di queste canzoni. Un viaggio nei recessi più neri del rock, tra macerie e zaffate di zolfo.

tratto dal Mucchio n°666

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