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Big Ups

Eighteen Hours Of Static

Tough Love/Goodfellas
7

È il 2010 quando quattro ragazzi di Brooklyn all’ultimo anno di NYU si incontrano e decidono di mettere su una band. L’idea è quella di fare del punk da suonare in qualche fumoso club newyorkese. Il risultato è che adesso, quattro anni dopo, i Big Ups hanno sfornato un album che concentra la nostalgia di una decade – i Novanta – in mezz’ora tirata di noise. In Eighteen Hours Of Static c’è del punk. C’è del grunge. C’è questa formula vincente che fa pensare ai Big Ups come ai Drenge d’Oltreoceano, seppur molto più spettinati, sudati, riottosi. E c’è l’impressione che se il messaggio iniziale era “Suoniamo perché vogliamo farvi vedere che siamo incazzati”, adesso si è trasformato in “Suoniamo perché siamo incazzati”. Chi ha provato a inquadrarli in un genere si è trovato a palleggiare con termini come alt rock, post-hardcore, hardcore punk, grunge, per poi finire con l’alzare bandiera bianca.  Nei testi troviamo rabbia: si parla di abusi, di intossicazione da tecnologia (TMI), del potere distruttivo della religione (in Atheist Self Help), del tempo che passa troppo velocemente (Goes Black). Il pensiero va a Fugazi, Shellac, Jesus Lizard, Pixies e, a sorpresa, Rage Against The Machine. Il messaggio è uno solo: who cares? E alla fine, dopo mezz’ora di onesta protesta arruffata, ci ritroviamo a pensare che, effettivamente, we do care.

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