SOMETIMES I WISH…
Drag City/Self

All’uscita del controverso Woke On A Whaleheart, il primo disco di Bill Callahan a proprio nome (senza cioè la ragione sociale Smog), in tanti avevano visto nella sua insolita vivacità un riflesso della relazione tra il suo autore a Joanna Newsom. Altrettanto facile, ora, associare alla fine del loro legame le ragioni di un ritorno ad atmosfere un poco più crepuscolari. Non è però in questioni di indie-gossip che vanno ricercati i motivi di interesse di Sometimes I Wish We Were An Eagle ma, per fortuna, nei suoi contenuti. Affiancato dall’arrangiatore Brian Beattie, lo statunitense ha infatti voluto dare alle sue canzoni una veste nuova, con pianoforte e archi in bella mostra, a metà strada tra un ipotetico lato oscuro dell’easy listening e l’intimismo country-soul dei Lambchop. Paragone, quest’ultimo, rafforzato dal fatto che, nel contesto, la calda voce del titolare assume sfumature confidenziali che più di una volta fanno pensare proprio a Kurt Wagner. Non solo un ritorno in grande stile, insomma, ma anche un di­screto passo in avanti rispetto non solo al passato più recente. Non sarà il capolavoro di Callahan, ma a suo modo è uno dei suoi dischi più avventurosi, tanto lontano dalla bassa fedeltà degli esordi quanto coerente col suo percorso artistico.

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