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Bill Callahan

Dream River

Drag City
8.5

In una delle foto promozionali che accompagnano l’uscita di Dream River, Bill Callahan ride. Da quando lo seguo, e sono un po’ di anni ormai, non penso di averglielo mai visto fare. Che sia più tranquillo – tranquillo quanto può esserlo un uomo che in passato ci ha tenuto a precisare “I used to be darker, then I got lighter, then I got dark again” – è evidente almeno dal 2007. Da quando ha deciso, cioè, di riprendere il suo nome e smettere di suonare come Smog. Sarebbe bello recensire un album di Callahan senza ripercorrere la sterminata carriera che lo ha portato a diventare uno degli interpreti migliori di una vena cantautoriale che non so mai bene come definire – disordinata, cinica, intrusiva? – ma temo sia impossibile. Perché più tranquillo o meno, più sorridente o meno, quest’uomo resta capace della stessa significativa bellezza. Che diventa più adulta, sensuale e in questa occasione addirittura sciamanica (la magnifica Summer Painter). Con Dream River, Callahan dà sempre più l’impressione di un cowboy che ha deciso di abbandonare l’eremitaggio montanaro per scendere a valle e prendere parte ai festeggiamenti, invece di limitarsi a masticare erba dall’altra parte dello steccato. Se Apocalypse del 2011 era un disco da “dark weirdo”, allora Dream River è un disco da “sexy weirdo”. Caldo, ricercato e mai di maniera.

Nel 2010 Drag City ha pubblicato il primo libro di Callahan, un romanzo epistolare intitolato Letters To Emma Bowlcut (editori italiani, traducetelo. Dopo Il gioco preferito di Leonard Cohen, è ora di aggiornare un po’ il canone). Si tratta di sessantadue lettere dedicate a una donna conosciuta a una festa da parte di un uomo senza nome che dice di vivere in un vortice, un’entità astratta che costringe la vita del protagonista a deteriorarsi e la risucchia in una successione di eventi inutili e frammentati. Bene, sempre di più si ha la sensazione che questo vortice sia in qualche modo interrotto: che Callhan sia oggi pienamente in comunione con l’ambiente che lo circonda – vuoi la prateria, vuoi una stanza d’albergo, vuoi un bar in cui non servono niente che non sia distillato – è evidente in tutti i pezzi che compongono questo album. Prendete Javelin Unlanding e le sue atmosfere da Pecos Bill. Prendete The Sing – quando dice “the only things I said today are beer and thank you” conferma la caustica ironia a cui siamo abituati – che inizia come una ballata country con tocchi irlandesi ma poi si riempie di movimenti funky che la trasformano in una canzone da bar “consapevole”. Prendete Spring, una specie di vodoo elettrico che non solo vanta un verso destinato a mietere vittime ovunque – “all I want to do is make love to you with a careless mind, who cares what’s mine” – ma ci fa scoprire un Callahan più sornione e malefico, quasi stregato.

Tra echi di anni Settanta e visioni di canyon disseccati; tra percussioni indio-americane e rassicuranti discese sulla terra, però, c’è spazio anche per il Bill Callahan che conosciamo meglio di tutti, quello che in quattro minuti ti costruisce una ballata dalle parti di Cohen o di Van Morrison destinata a mondarti da qualsiasi peccato e a farti precipitare in qualsiasi nostalgia. Quando in Small Plane il cantante confessa di essere un uomo fortunato, a bordo del suo piccolo aereo, io lo immagino davvero mentre sorvola tutti questi anfratti minori dell’America e del mondo in cui ci ha fatto sentire fieri delle nostre stranezze e della nostra solitudine. Per tanto tempo, Callhan è stato chiuso in uno spazio piccolissimo e compresso, il nostro my own private smog. Oggi, il cantautore è esposto ai grandi spazi e così sono i suoi pezzi, costruiti con il proposito di circuire, più che di spiazzare o di aggiungere qualcosa di nuovo in un mondo che è già pieno così. Bill Callahan è definitivamente là fuori, e fa bene a ridere. Perché quando quest’uomo scende a valle, non c’è n’è per nessuno.

Pubblicato sul Mucchio 710

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