Bjork-Vulnicura
Björk

Vulnicura

One Little Indian/Carosello
8.5

Vulnicura, ottavo album dell’artista islandese, è un clamoroso ritorno alla sua forma migliore. È una martire d’amore, è di nuovo la santa della canzone elettronica.

Nell’immagine di copertina Björk ha un’apertura luminosa al centro del petto: può essere una ferita, può essere la via diretta al suo cuore. La musicista islandese, che il prossimo novembre compirà cinquant’anni, metabolizza la rottura della relazione con l’artista Matthew Barney, risalente al settembre 2013. Era mai stata così esplicita nel mettere in piazza la sua sfera privata? No, mai. “Quando ho fatto questo album, è semplicemente collassato tutto. Non avevo niente. È stata la cosa più dolorosa che abbia provato in vita mia”. Il titolo Vulnicura, annunciato con un foglio di carta scritto a mano, deriva d’altronde dall’unione delle parole “Vulnus” e “Cura”, quindi sta per una specie di “cura per le ferite”. Björk cerca di superare lo sgretolamento del suo matrimonio e, nel redigere testi sul legame fra due persone, parla di dialoghi reali o immaginari, parla “del processo di guarigione”. Questa urgenza espressiva, questa necessità di espellere il malessere, l’ha spinta a comporre pezzi con approccio da songwriter, senza preoccuparsi troppo della loro veicolazione: un aspetto, quest’ultimo, che aveva forse zavorrato l’interlocutorio Biophilia del 2011, il “first app album” dedicato al tema dell’universo e portato pochi mesi fa a compimento con il cd/dvd Biophilia: Live.

Non che i frutti della rapida realizzazione di Vulnicura, però, siano lineari: non sono i giorni policromi di Post, né quelli giocosi di Volta. Anzi, si assecondano strutture complesse, che spesso avvicinano i brani a piccole pièce: su nove, sette vanno dai sei minuti di durata a salire. Volendo collegarsi ai precedenti dischi, Björk sperimenta come successo nel capolavoro Medúlla ma, da un punto di vista sonoro, il riferimento è l’insuperato Homogenic: alla base c’è infatti l’unione di elettronica e archi, che nel 1997 simboleggiava la geografia del suo Paese. Archi da lei scritti e arrangiati, per tenere occupata la mente a fronte della sofferenza. Guardando bene, nell’immagine di copertina Björk è anche contornata da quella che sembrerebbe una mega-aureola. Ci piace credere che sia in ogni senso illuminata, in grado di individuare le spalle più azzeccate in circolazione – pur mantenendo salde le redini, ricordiamo che in passato si è appoggiata a gente come Nellee Hooper, Tricky, Howie B, Marius de Vries, Mark Bell, Guy Sigsworth, Markus Dravs, Martin Gretschmann, Matmos, Matthew Herbert, Timbaland. Adesso, continuando di pari passo a usare strumenti tecnologici ideati per le esibizioni dal vivo, si rivolge al venezuelano Arca, scelto come coproduttore prima delle sue partnership con Kanye West e FKA twigs. È lui, con la sua cupa e modernissima avanguardia, a fare da vero e proprio contraltare, mentre l’inglese The Haxan Cloak subentra al mixaggio. Björk si conferma avanti persino nella gestione del materiale se, a causa di un imprevisto leak, Vulnicura è stato reso disponibile su iTunes lo scorso 20 gennaio, nonostante l’uscita nei negozi fosse fissata per il 3 marzo.

Chi sradicasse la conoscenza del dolore estirperebbe anche la conoscenza del piacere e in fin dei conti annienterebbe l’uomo”, secondo l’aforisma di Michel de Montaigne. La scaletta di Vulnicura è un percorso che giunge alle medesime conclusioni, come una sceneggiatura interpretata sulla propria pelle, suddivisa in tre atti. Stonemilker, associabile all’intimismo di Vespertine, parte con la delicatezza degli archi: “Show me emotional respect / I have emotional needs / I wish to synchronize our feelings”. Dagli “emotional landscapes” della vecchia Jóga siamo passati a scenari sentimentali, dove aperture e chiusure si alternano in una danza dei desideri, dove l’afflizione è paragonabile a mungere una pietra. Lionsong è affine nell’impianto: a precedere il breakup, “I smell declarations of solitude” perché “This wild lion doesn’t fit in this chair”, in una guerra di elementi indomabili, combattuta fra le pareti domestiche. La complessità cozza con la chiarezza, l’amore si trasforma in altro e procede verso l’inevitabile picco tragico. History Of Touches, la traccia più breve, dove i beat sintetici rilasciano scariche di adrenalina, immortala i contatti notturni di una coppia all’incontro finale. In appena centottanta secondi è condensata l’intensità dell’interazione: “Every single touch / We ever touch each other / Every single fuck / We had together / Is in a wondrous time-lapse / With us here at this moment”. Una canzone pazzesca, dalla quale l’amico Michel Gondry potrebbe trarre un copione alla Eternal Sunshine Of The Spotless Mind.

Con Black Lake, dieci minuti abbondanti di meraviglioso strazio, si va oltre: la rottura è definitivamente avvenuta. “I am one wound / My pulsating body / Suffering being / My heart is enormous lake / Black with potion / I am blind / Drowing in this ocean”. Il dramma inizia con archi e voce – una voce (sin troppo) inconfondibile, eppure percepibilmente increspata, rotta, dilaniata dentro – ma la tempesta, sotto, monta ed esplode in incursioni elettroniche martellanti. Se il compagno corrompe il suo organo principale, il cuore, e abbandona la missione comune della famiglia (nel 2002 Björk, che aveva già dato alla luce un bambino nel 1986, ha avuto una figlia con Barney), se ne distrugge l’icona interrogandosi, con inedito candore, se si è amato in eccesso. Il brano successivo, non a caso, si chiama Family: c’è una madre e un bimbo, c’è un padre e un bimbo, ma non ci sono un uomo e una donna, “No triangle of love”. L’interpretazione e l’atmosfera sono messianiche, i battiti intimorenti. Si sta violando qualcosa di sacro, ma “There is a swarm of sound / Around our heads” (“C’è uno sciame di suono / Attorno alle nostre teste”), che può condurre alla salvezza e parrebbe riportato nella stessa copertina circondando Björk – come dicevamo – di una sorta di aureola gigante.

Arriviamo a Notget, uno degli apici del lotto, con gli archi che raggiungono massimo pathos e struggimento, con piglio quasi tribale. La catarsi, “Don’t remove my pain / It’s my chance to heal”. La salvezza, “Love will keep all of us safe from death”. Atom Dance, con Antony Hegarty che riaccetta la sfida del duetto dopo Volta, procede con la ripetizione di un arpeggio di viola, in una colta synthsong da camera dalle sbandate dubstep: la danza riprende a essere quella dell’armonia, “Enter the pain and dance with me / We are each other’s hemispheres”. Mouth Mantra, in stile Soap&Skin, è un manifesto dark di laser digitali e corde neorinascimentali a favore dell’estroversione. Quicksand fa da conciso epilogo: “When I’m broken I am whole / And when I’m whole I’m broken”, canta Björk nell’esaltare l’importanza della figura femminile su ritmi semi-industrial, perché c’è della speranza da tramandare alle generazioni a venire (“Every time you give up / You take away our future / And my continuity and my daughter’s / And her daughters / And her daughters…”). Ed è certa l’importanza della sua, di figura, che sempre a marzo sarà celebrata dal libro retrospettivo Björk: Archives e soprattutto da una mostra al prestigioso MoMA di New York, in contemporanea con un nuovo giro concertistico (in Italia, a Roma il 29 luglio). Curaci, nostra Gudmundsdóttir.

 

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