MR. IMPOSSIBLE
Ribbon/Self

Con il precedente “Repo”, i Black Dice avevano forse deluso un po’ di gente nel rivelarsi – in quel caso – inconcludenti. Impietoso
infatti il confronto con quanto partorito fra il 2002 e il 2005, ovvero la “trilogia DFA” (Beaches & Canyons, Creature Comforts e Broken Ear Record) che delineò inaspettatamente nuovi scenari per tutta una generazione di indie-noisers a venire. Pazienza! Ce ne faremo una ragione… Così, col nuovo “Mr. Impossible”, il trio di Brooklyn sembra invece voler continuare un discorso iniziato tempo fa e mai battuto realmente, nel mettere in rilievo, stavolta, la propria inclinazione seminascosta per i ritmi dance, presenti (almeno in modo evidente) sin dai tempi di “Load Blown”. D’altronde, quando si ha a che fare a lungo con l’elettronica, il confrontarsi con le possibilità del ballo, della “modern dance”, è forse un passaggio obbligato.
Sono quindi le bizzarrie psichedeliche e free-noise a subirne le
conseguenze. Basti pensare all’anima bicefala di “Pinball Wizard”, in cui però l’attitudine alla creazione di paesaggi informi non è abbandonata del tutto (non lo è mai in realtà), con tanto di voci campionate, pur lasciando spazio nella seconda parte a una strana drum’n’bass per suoni giocattolo. “Rodriguez” fa del ballo una specie di movimento automatico per cerebrolesi, mentre “Pigs” non si distanzia poi molto dal big beat “classico”. Ma la techno fa capolino con ancora più insistenza in “Outer Body Drifter”, e solo “Shithouse Drifter” recupera parte delle divagazioni “entomologiche” e corpuscolari dei lavori precedenti. Carnitas sembra accennare addirittura alle retromanie “hypnagogic”, senza mai risolverle realmente.
Tuttavia l’impressione che si ha dell’album non è quella di un compito mal riuscito, perché è pur sempre il taglio caratteristico
dei Black Dice, quasi privo di referenti ed epigoni, a informare
questo “Mr. Impossible”. Qualcuno, forse, rimarrà nuovamente
deluso: difficile capire se trattasi di parentesi o mutazione. E lo
è ancor più il fare previsioni, in entrambi i casi.

Tratto dal Mucchio n°693

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