Wilderness Heart
Jagjaguwar/Goodfellas

“È il nostro disco più metal e allo stesso tempo più folk”. Parola di Stephen Mc – Bean, mente dei Black Mountain e artista che non conosce fatica. Registrato nel corso di due sessioni a Seattle e Los Angeles, “Wilderness Heart” risente degli umori delle metropoli: se quella del Northwest ha contribuito con atmosfere autunnali, il più delle volte racchiuse su se stesse, dall’esperienza in California la band canadese ha tirato fuori quelle che, ad oggi, sono le composizioni più virate verso il pop della sua storia. Intendiamoci: accostare il termine “pop” ai Black Mountain è tentativo che richiede fervida immaginazione, giacché i canoni di un comune mortale sono piuttosto distanti da quelli di un quintetto la cui destinazione finale è la sorpresa. Il pop dei canadesi è segnato dal blues malato (“Buried By The Blues”) e da qualcosa che rasenta il folk lisergico pur senza afferrarlo: così “The Hair Song” e “Sadie” sono ballate a due voci semplicemente perfette, con un gusto “rétro” che le accomuna a CSN&Y; e poi “Radiant Hearts”, ennesimo duetto circolare e intenso, che si muove lungo il perimetro di una chitarra acustica, fragile e dolce, quasi a sottolineare che persino i Black Mountain possono comporre canzoni d’amore. Con “Old Fangs” e “Let Spirits Ride” i ritmi salgono e creano quel muro di suono che ha contraddistinto i precedenti lavori: con l’avvertenza che anche negli episodi che ambiscono all’elettricità (“Rollercoaster”, la title track) la produzione è molto più rifinita, levigata rispetto al passato. Lo dimostra il fatto che, nonostante le registrazioni siano iniziate appena un anno dopo l’uscita di “In The Future”, sono stati necessari altri diciotto mesi per limare armonie e pulire suoni che, per la prima volta, risultano curati fino al maniacale. Con la conseguenza che di fronte a un album dei Black Mountain è lecito attendersi di tutto; e che tutto, in un album dei Black Mountain, è suonato alla perfezione.

tratto dal Mucchio n°674

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