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Boards Of Canada

Tomorrow’s Harvest

Warp/Self
9

E pensare che il primo ascolto non era stato entusiasmante. E pensare che il primo ascolto ci aveva lasciato un po’ delusi. Tipo: ma come, tutto qui? E dove sono le loro melodie che ti strappano il cuore? Dove sono i passaggi che ti colgono, anzi, ti trafiggono mentre sei contemporaneamente in lacrime e col sorriso? Dove sono le aperture epiche, definitive di un pezzo come Dayvan Cowboy, che magari l’album precedente da cui era tratto era imperfetto però con una traccia come quella si poteva tranquillamente dire “ok, chiudete la musica”? Cosa sono questi suoni un po’ piatti? Ora, dovete sapere che se si ascolta musica per mestiere è normale imparare a farsi abbastanza presto una opinione precisa sui dischi. Certo, quelli importanti si riascoltano, ok, ma diciannove volte su venti si ha la conferma che la prima impressione era quella giusta. Bene: Tomorrow’s Harvest è il ventesimo caso. Quello che fa saltare il banco, ed irride certezze acquisite. Li avete letti i dubbi e le considerazioni di cui sopra, no? Polverizzati. Inesistenti. Quasi ci si vergogna ad averle pensate, certe cose.

Non è innovativo, Tomorrow’s Harvest. Non è sorprendente. Vero. Non ha melodie o armonizzazioni incredibili perché no, non le ha. Eppure è un disco di una bellezza suprema. Di sicuro uno dei due, tre più belli degli ultimi cinque anni. Ma facciamo anche dieci. Soprattutto, è un disco dall’impatto emotivo sconvolgente. Ti cattura, ti cattura in modo tale che dopo che ci sei entrato – serve appunto qualche ascolto – fai fatica ad uscirne. Tradotto: fai fatica ad ascoltare qualsiasi altro album, se non metti in mezzo almeno venti minuti di silenzio, il tempo necessario per uscire dal mondo creato dai fratelli Sandison. C’è molto Carpenter, molta cupezza, molta angoscia. C’è una cura maniacale dei particolari, probabilmente il vero segreto di tutta questa magia, da ritrovare nella pasta dei suoni (piatta solo in apparenza…) e nella costruzione delle strutture, dilatate ma mai immobili. Se questa non è la perfezione, ci si avvicina molto.

Pubblicato sul Mucchio 798/709

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