Gli album di cover, spesso a ragion veduta, vengono considerati fratellini minori e un poco sciocchi dei dischi contenenti canzoni autografe. Il punto è che le cover, nate per surclassare i brani nella loro forma originale (da “to cover”, coprire, ricoprire, ma anche dominare), sono via via diventate una sorta di ginnastica d’artista prima che lo stesso riesca a trovare la propria identità o tutt’al più un tributo più o meno ammantato di ironia, specie nel pescare titoli dal calderone del pop. Bob Dylan, che non ha certo bisogno di tenersi in allenamento tantomeno di battute a poco prezzo, torna con una raccolta di composizioni altrui in larga parte portate al successo da Frank Sinatra, ma lo fa in un modo che, nel rendere loro omaggio, riesce a suonare terribilmente autentico e personale.

Shadows In The Night, parafrasi di quella Strangers In The Night che lo stesso crooner di Hoboken ripudiò (e che infatti non compare in scaletta), rinuncia agli arrangiamenti sontuosi che non aggiungerebbero nulla a ciò che già conosciamo preferendo contare su pochi strumenti, carezzati, soffiati ancor più che suonati. La pedal steel del fedele Don Herron vola alta su una tela così ampia evocando scenari suggestivi e al contempo solitari, ma è capace di fare un passo indietro e spostare l’attenzione tanto su intere sezioni (i fiati in I’m A Fool To Want You, The Night We Called It A Day e nella conclusiva That Lucky Old Sun) quanto in brevi apparizioni (l’inaspettato intervento ritmico sul finale di Where Are You?). A rendere ulteriormente apprezzabile questo lavoro è la sequenza dei pezzi presente nella seconda metà del disco; l’evidente filo narrativo che lega suoni e parole sembra raccontare una parabola di abbandono, solitudine e rinascita.

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