FORGIVENESS ROCK RECORD
City Slang-Coop/Self

Quando una band realizza un album come You Forgot It In People (2002), universalmente riconosciuto come una delle pagine più importanti dell’indie-rock nordamericano del decennio, per forza di cose tutto il resto della sua produzione finisce per venire paragonata a esso, spesso sfigurando: le opere che lo avevano preceduto (l’acerbo Feel Good Lost) e seguito (un lp omonimo in cui le belle idee erano sepolte da un suono esageratamente confuso), così come le sortite soliste dei due fondatori, Kevin Drew e Brendan Canning, uscite con il marchio di Broken Social Scene Presents forse perché – perdonateci il cinismo – in assenza del nome della band-madre non avrebbero riscosso particolari attenzioni. Insomma, nonostante tutto, la sensazione era che il collettivo canadese avesse ancora qualcosa da dimostrare. Ecco, con Forgiveness Rock Record ogni dubbio sembra finalmente destinato a sciogliersi come neve al sole. Registrato a Chicago – con la supervisione di John McEntire – da un nucleo di sette elementi (tra cui Andrew “Apostle Of Hustle” Whiteman e Charles Spearin dei Do Make Say Think) e completato a Toronto con l’aiuto dei soliti noti (Feist, Jason Collett, membri di Metric e Stars), il lavoro mette in mostra una creatività più a fuoco rispetto al passato recente, anche se le atmosfere caotiche che dell’ensemble sono il riconoscibilissimo marchio di fabbrica rimangono centrali in parecchi brani, a partire dall’iniziale World Sick. Chitarre, sezione ritmica e tastiere procedono spesso per accumulo, come se seguissero partiture orchestrali, e quando poi a esse si affiancano archi e fiati il risultato è deflagrante; e tuttavia, altrettanto riusciti sono i momenti in cui le stratificazioni si fanno meno dense, mentre le voci anziché accavallarsi si accompagnano in armonia. Una materia impossibile da cristallizzare, che pare sempre sul punto di sfuggire di mano ai suoi artefici; i quali però, a differenza di altre volte, non ne perdono mai il controllo. Proprio come succedeva in quel disco, o quasi.

tratto dal Mucchio n°670

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