VOL. 2 – POVERI CRISTI
Picicca/Audioglobe

Sapete tutti cos’era il rock italiano: capace di grandi slanci e di altrettanto grande vittimismo, ha segnato la miserabile adolescenza di chi, come il sottoscritto, non voleva credere che la musica di casa nostra potesse essere solo la canzonemelodica e quella d’autore. Grandi emozioni per i Diaframma, qualche fremito per le scene neopsichedeliche,
garage e poi l’esperienza di C.S.I., del Consorzio e di band che arrivavano alla longevità artistica, buona o cattiva che fosse, uscendo finalmente dal ghetto.
Semplificando, oggi la scena non è più decifrabile come un tempo: tutto si mescola e qualche volta può essere anche più avvincente.
Fra chi si smarcameglio c’è sicuramente Brunori. La sua SAS ha già dimostrato, con Vol. 1, di saper usare le proprie imperfezioni per rendersi memorabile: una voce sgraziata, fra il rivo strozzato che gorgoglia e il fantasma di Rino Gaetano, sonorità percussive, slanci melodici e intimistici, a sorpresa. Soprattutto, la cura dei testi, diretti ma lontani da certa sciatteria contemporanea. Il secondo volume, dedicato a tutti i Poveri Cristi, e quindi pure a noi, accentua gli estremismi: da un lato, la crudezza degli esordi punta quasi alla dissonanza (Animali colletti, Rosa), dall’altro, arrangiamenti ben costruiti aprono la porta a raffinatezze impensabili (il sipario si apre con una illuminante e ironica Lei, lui e Firenze e si chiude con le orchestrazioni alla Belle And Sebastian di La mosca). Facile trovare riferimenti come Battisti o il su citato Rino. In realtà, come il suo negativo, Dente, che duetta con lui ne Il suo sorriso, Brunori scrive pezzi intelligenti, che spesso sfuggono dalle caselle in cui vorremmo comprimerli. Chi lo avvicina a Mr E degli Eels, chi storce il naso, chi scommette che si tratta di un fuoco di paglia. Comunque la pensiate, quest’album non vi lascerà indifferenti, proprio come le massime ironiche di Ennio Flaiano, che fa capolino nei versi che descrivono un’Italia senza tempo, miserabile e commovente. Un autore, anzi, un cantautore, senza vergogna. Finalmente.

tratto dal Mucchio n° 684/685

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