ZII E ZIE
Wrasse/Universal

Cê ha rappresentato in qualche modo una tappa fondamentale per Caetano Veloso, un risciacquare il proprio patrimonio d’autore nelle acque di una più agile struttura rock. Quasi un ritorno alle chitarre acide e fuzz del Tropicalismo: nel Brasile di quarant’anni fa in cui tirava una brutta, bruttissima aria, una presenza sconveniente, sia per le forze del progresso che per quelle della conservazione, e forse tali anche per il pubblico generalista ma culturalmente iperattivo che negli ultimi decenni ha fatto del bahiano una star, dopo avergli lasciato trascorrere una intera vita nei panni di culto per pochi. Non quel genere di spolverata rock che molte star del pop internazionale sue coetanee offrono al pubblico per restare – o per far credere di essere – al passo coi tempi comunque: no, qui si parla del bisogno di sporcarsi le mani per puro istinto e necessità espressiva, avendo ormai passato da tempo la fase in cui si deve dimostrare alcunché. Ancora meglio aveva fatto il consueto disco gemello ao vivo, con le canzoni registrate in studio portate nei teatri e sui palchi, ripescando un paio di episodi dimenticati del passato – dimenticati dall’autore più che altro, in quanto memori dell’esilio londinese – e indulgendo senza remore in bagni di elettricità ed energia espansiva.
L’incontro/scontro con la giovane band di , rinvigorente in quei due dischi, diventa in Zii e zie (citazione dalla traduzione italiana di un romanzo del turco Orhan Pamuk) consolidamento e raffinamento di un’intesa che si fa forse meno sorprendente ma che rimane comunque in grado di affascinare, pur senza poter contare su una canzone capace di rovesciare l’anima come Minhas Lágrimas. Ma le chitarre di Perdeu, geometriche ed eleganti in prima battuta, sature sul finale, una spoglia, spoglissima – parole e musica – Base di Guantanamo che dice tutto senza apparentemente dire quasi nulla e una Menina da Ria veloce marcetta d’altri tempi sono ancora una volta la garanzia di un umanesimo musicale d’immensa portata.

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