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Calcutta

Evergreen

Bomba Dischi
5

Occorre far girare il disco daccapo tre o quattro volte per essere certi di aver guadagnato una distanza di sicurezza da pregiudizi e preconcetti. Poi però, una volta arrivati al largo, rimasti soli e con la musica davanti, la domanda che viene da porsi è: ma come? Ma come siamo arrivati a strapparci i capelli o a tirarci gli stracci per questa roba? E, soprattutto, perché? Perché una formula all’apparenza tanto risaputa e famigliare ha scatenato passioni in un senso o nell’altro, facendo strage di cuori (e di biglietti) da una parte e indignando i custodi di un (presunto) “codice d’onore” dell’indipendenza dall’altra? Al centro di discussioni e contese sul suo successo, il cantautore di Latina ha saggiamente paventato un’attitudine naïf, ma la consapevolezza di sé non gli ha mai fatto difetto. Dopotutto era stato intitolato Mainstream quel pugno di canzoni che nel 2016 l’ha effettivamente portato alla ribalta, scatenando i dibattiti di cui sopra; se tanto ci dà tanto, Evergreen non è che un altro punto nel piano di espansione che Edoardo D’Erme ha progettato per la propria creatura musicale.

Stavolta la trovata è cercare un suono e un immaginario bucolici, in grado di inserirsi tra i sempreverdi del canzoniere tricolore – quei dischi di Rino Gaetano e Lucio Battisti che trovate regolarmente nei cestoni delle offerte negli autogrill, tanto per intenderci. Tengono fede a questi intenti lo scatto di copertina “ovino”, i clip ambientati in un hinterland napoletano anni 90 da Francesco Lettieri (lo stesso regista dei video di Liberato) e la produzione di Andrea Suriani (già al lavoro con Cosmo, Coez e I Cani, tanto per ricordarci chi sono i responsabili dell’immagine coordinata della nuova musica leggera italiana…). Di suo, Calcutta ci mette i soliti ritornellikiller: un paio, Pesto e Orgasmo, già li conoscete ché stanno in rotazione ovunque e Rai promette di seguire il medesimo destino. Ciò che queste e le altre tracce di Evergreen hanno in comune è una vocazione irresistibile al “coro da accendini” e un gusto reiterato per il gioco di parole (“Fuori è notte e mangio il buio col pesto”, ma “Lo sai che la tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000” attualmente forse il verso più citato sui social network). Aggiungeteci qualche vaghissimo riferimento al presente dei call center e dei telefoni cellulari e avrete il quadro di ciò che fa impazzire i sostenitori e infastidisce i detrattori.

Sembra un po’ poco per far gridare alla lesa maestà o alla svendita un tanto al chilo di (sempre più ipotetiche) istanze indie, e decisamente troppo poco per rendere questi ritornelli più degni di attenzione di un qualsiasi tormentone estivo. Volendo indossare i panni del “critico”, potremmo forse chiosare sulla necessità di esigere qualcosa di diverso da uno dei nomi più “in vista” della nuova musica italiana. Ma arrivati al terzo o al quarto ascolto di Evergreen, ci accontenteremmo di passare a sentire qualcos’altro. Qualsiasi cosa.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio n. 767

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