NO PROMISES
Naive/Self

Carla Bruni sostiene di amare il folk, soprattutto nelle sue incarnazioni femminili, come pure il rock venato di blues di Eric Clapton o quello dei meno rassicuranti Rolling Stones. Avvicinando con attenzione No Promises, sospirato seguito di Quelqu’un m’a dit, di quattro anni orsono, balza subito evidente questo amore, pur nella sobrietà di arrangiamenti e ritmiche: i pezzi non sono solo la scatola delle poesie di una donna sognante, inquieta, soltanto all’apparenza rasserenata. Basta accordarsi agli accenti, davvero autunnali di Autumn (versi di Walter de la Mare), alla cadenza dolente di Lady Weeping At The Crossroads  (Auden) oppure alle armonie sottili di Promises Like Pie-Crust (Rossetti): colpiscono un movimento, una pulsazione (If You Were Coming In The Fall, tutt’altro che evanescente), un estro che sono lontanissimi dai pezzi dell’esordio. Libera dall’obbligo di superare un certo minimalismo concettuale della sua scrittura, l’artista franco-italiana ha trovato assieme all’inglese un suo marchio musicale convincente. Un modo di porgere la voce meno sussurrato e più arrochito, in cui il sogno sta qua e là per trasformarsi in un incubo, in brani quali Those Dancing Days Are Gone (Yeats) o I Felt My Life With Both My Hands (Dickinson).
Angeli e demoni, insomma, si contendono la paternità del cd; non tanto perché nelle corde della Bruni ci siano davvero inflessioni diaboliche o maledette, ma perché la profondità di strumenti e cantato spiazzano. In mezzo a suoni del genere, amorevolmente curati da Louis Bertignac, le liriche di tanti poeti non si trovano per nulla a
disagio. A chi pensa che le modelle dovrebbero solo sfilare, finché l’età lo permette, facciamo notare che Carla Bruni ha coltivato sin da ragazzina la sua passione, su una chitarra e su un registratore, e consigliamo un ascolto privo di paraocchi, magari ripetuto. Il luogo comune può allontanare da No Promises, il buon gusto no. A sorpresa, un album di frontiera, più soft-rock che pop, sulla scia di Emmylou Harris, Claudine Longet, Tindersticks. Complimenti.

(recensione tratta dal Mucchio 631 – Febbraio 2007)

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