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Cavern Of Anti-Matter

Void Beats/Invocation Trex

Duophonic/Warp
9

In principio era l’improvvisazione. Dopo anni di tecniche improbabili per rinnovare il suono degli Stereolab, Tim Gane vive (relativamente) di rendita nella fruttuosa interazione con due musicisti – Holger Zapf ai synth e Joe Dilworth alla batteria – che viaggiano sulla sua stessa lunghezza d’onda. Se a un primo ascolto Void Beats/Invocation Trex tradisce il legame con la band condivisa con Laetitia Sadier (soprattutto nei suoni di pseudo Farfisa e nel beat alla Dinger di Insect Fear), già al secondo è evidente che i suoi dodici brani, perlopiù strumentali, hanno uno spazio, un orizzonte molto più ampio, dilatato e talvolta cupo, di qualsiasi album degli Stereolab.

L’apertura è affidata ai dodici minuti di Tardis Cymbals, meraviglia policromatica che scorre attraverso una mutevolezza briosa e impalpabile come fosse un brano pop di 180 secondi. La collisione di suoni analogici e chitarre effettate prosegue attraverso tastiere vintage, krautrock, cieli scurissimi intrisi di sci-fi e visioni alla Carpenter (Hi-Hats Bring The Hiss), passando in rassegna l’arco costituzionale della sperimentazione rétro che da Kraftwerk e Neu! giunge fino a The Advisory Circle. Due le collaborazioni, oltre a quella più sotterranea con Jan St. Werner dei Mouse On Mars, che segnano gli unici brani cantati: quella con il fan di vecchia data Bradford Cox, nella miniatura pop Liquid Gate, originariamente incisa (e poi rivisitata) per la colonna sonora del film francese La Ritournelle; e quella con l’altro amico e compagno di live nei 90s Peter Kember, aka Sonic Boom, che presta il suo recitativo alieno nei sei minuti della perlustrazione cosmica Planetary Folklore. Un flusso di coscienza di melodie sperimentali capace di ravvivare la memoria del passato. Ma, al tempo stesso, non farlo rimpiangere.

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