IRM
Because/Warner

Charlotte Gainsbourg è sinonimo di Classe, con l’iniziale maiuscola: che posi per un servizio fotografico d’autore, reciti per i film di Iñárritu, Crialese, Gondry, Haynes e von Trier oppure si cimenti con la musica. Perché la Classe non si improvvisa, bensì risiede in un patrimonio genetico in tal caso ingombrante. La figlia del leggendario Serge, però, non ha mai sfruttato il proprio cognome per partire all’assalto del mondo dello spettacolo, preferendo viceversa mantenere un basso profilo e puntare su progetti artistici di valore. Senza contare il discutibile Charlotte For Ever del 1986 (pubblicato ad appena quindici anni e scrittole dal padre), il vero e proprio esordio nel campo della canzone era avvenuto con l’ottimo, ingiustamente sottovalutato 5:55 del 2006, prodotto da Nigel Godrich e realizzato con l’aiuto di Air, Jarvis Cocker e Neil Hannon dei Divine Comedy. L’attenzione per la scelta dei collaboratori non viene meno neanche stavolta: come spalla principale è stato chiamato Beck, con cui la cantante francese duetta nella surreale Heaven Can Wait. IRM è un disco godibilissimo, dove le infrastrutture elettroniche accolgono archi struggenti e fanno talvolta spazio agli strumenti acustici. La voce risulta affascinante nella sua delicatezza, mentre la varietà di registri sonori non manca: Master’s Hands e Voyage sposano al meglio modernità e classicismo, la title track persegue ritmiche martellanti, La Chat du Café des Artistes e La Collectionneuse sono chansons che piacerebbero a Benjamin Biolay, Me And Jane Doe è filastrocca stralunata e Vanities ballata di somma raffinatezza. Da una parte Time Of The Assasins lambisce il pop e Trick Pony se la fa con il r’n’r, dall’altra Greenwich Mean Time parte per tangenti futuristiche e Dandelion sembra uscire dal repertorio dell’ultima Cat Power. Peccato se qualcuno la confonderà con sciacquette come Carla Bruni o Kate Moss, senza riconoscerle i giusti meriti. Perché Charlotte Gainsbourg è sinonimo di Classe, qualità senza la quale sarebbe molto più triste vivere in questi tempi di nauseabonda volgarità.

tratto dal Mucchio n°666

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