colapesce
Colapesce

Infedele

42
7

Ricordo bene il momento in cui uscì il primo disco: Un meraviglioso declino. Era fine gennaio, cinque anni fa. Non lo dimentico perché – confesso – persi la testa, come accade a volte con la musica pop: vuoi ascoltare quella canzone (nel caso specifico, più d’una: Restiamo in casa, Satellite, Oasi, Bogotà) a ripetizione, fino allo stordimento. Non puoi farne a meno. Mi confortò, mesi dopo, che gli venisse attribuita la targa Tenco per il migliore debutto. Ebbi invece qualche dubbio nel febbraio 2015: nonostante Reale, Sottocoperta e Maledetti italiani, Egomostro non mi travolse in quel modo, benché fosse un album onorevolissimo. Al contrario, l’autunno seguente, a rassicurarmi giunse il “concerto disegnato” in coppia con Alessandro Baronciani: buona idea in sé, contenente un Colapesce ricondotto all’essenza, voce e chitarra. So che la nostalgia è pessima consigliera, eppure la semplicità degli esordi trovo sia ancora la dimensione più consona alle sue indiscutibili e rare qualità musicali. Inoltre compone versi in maniera squisita, meglio di tutti i “nuovi cantautori” in circolazione (eccezion fatta per Brunori, forse). Quando si è cominciato a vociferare di questo lavoro, ero al tempo stesso curioso e irrequieto, dunque: speravo tornasse dov’era partito, mentre temevo d’altra parte proseguisse il proprio cammino, allontanandosene. Cosa volesse essere, lo dichiara il titolo: Infedele.

Il teaser iniziale, diffuso il 6 settembre, in occasione del compleanno (ne ha fatti 34), era tuttavia incoraggiante: minimi accordi di pianoforte, melodia sommessa e tipica apertura solare, Ti attraverso potenzia la sua collezione di classici. Passata una quindicina di giorni, ecco il secondo, con video d’accompagnamento a base di simbolismi e nonsense: Totale (firmato insieme a Dimartino e Luca Serpenti, originariamente per conto terzi). “Se ho un nuovo disco da poter cantare / Mi sento totale”, recita il testo: peccato per il ritornello impacciato e gli arrangiamenti un po’ sopra le righe. A quei 2 brani, se ne sommano altri 6, occupando complessivamente una mezz’ora appena abbondante. L’incipit, con un sintetizzatore molesto, fa il medesimo effetto di Dopo il diluvio in Egomostro, e sì che l’immagine dipinta ha forza poetica evidente: “Il fiume taglia la pietra / Da quando Cristo non c’era / Calpesto del finocchietto / E si apre a festa il mio naso”, dice a proposito di Pantalica, necropoli vicina alla natia Solarino. Partenza faticosa, però, causa ambizioni da sconfinamento: tra percussioni “antiche” (nel senso dell’Alfio da lui prodotto di recente) e sassofono da free jazz (suonato in quella circostanza da Gaetano Santoro). Oltre a Mario Conte, impiegato già nell’album precedente, questa volta al banco di regia c’è pure IOSONOUNCANE: premessa eccellente. Nondimeno, il meglio coincide con la sobrietà: in Decadenza e panna, ad esempio. Oppure nel culmine pop della sequenza: Maometto a Milano è Battisti adesso, fra Islam e Negroni sbagliato, a un passo dalla blasfemia (“Svenire fra le cosce delle mogli del sultano”). Cosicché Colapesce mi rimane nel cuore, anche se – ammette egli stesso durante la conclusiva Sospesi – “Lo faccio per te soltanto per me”. Un simpatico egoista.

Pubblicato su Il Mucchio Selvaggio n. 760

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