Conor Oberst
Wichita/Self

Gli occhi di Conor Oberst si stanno, per certi versi, schiarendo ancora di più. A ventotto anni, il cantautore americano ha deciso, non sappiamo per quanto a lungo, di abbandonare lo scudo di Bright Eyes e di tornare a vestire fino in fondo i panni di se stesso come non faceva dal 1995. Il risultato è un disco essenziale, dove la chitarra – elettrica o acustica che sia – ha la meglio sulle altre strumentazioni, e il tono intimistico diviene sempre più acuto, penetrante. Ci sono, chiaramente, eccezioni piene di verve (“Danny Callahan”, per esempio) e deviazioni inattese, ma i toni rimangono nitidamente austeri, anche se con buone dosi di energie. È come se le cose da dire, o suonare, avessero la meglio sui vestiti da indossare: la forma delle canzoni diventa così sostanza, e viceversa.
La ballata (“Eagle On A Pole”) si mescola allora, senza soluzione di continuità, con gli adagi del country (“Sausalito”), la brillantezza (una dylaniana “Get Well Cards”) con la disperazione (“I Don’t Want To Die (In A Hospital)”), l’ironia con un senso di dolce disfatta. Basta ascoltare l’apertura di “Cape Canaveral” per capire che il senso, vagamente barocco, di alcune sortite del passato è finito. La concentrazione di Oberst è tutta sul tocco, sul fascino che può avere una melodia stilizzata – per esempio quella della splendida “Landers In The Temple” – e sulla concentrazione a tutto campo, quasi mai autocompiaciuta. Pezzi meno eiettati, sembrerebbe, e più meditati del solito; registrazioni che si sono protratte per i primi due mesi dell’anno a Tepoztlán, in Messico, in un luogo dai retaggi aztechi ed extraterresti assieme. Il risultato è però assolutamente concreto, concepito assieme a una band che si muove all’uniscono con l’artista e risulta altrettanto scarna ed efficiente. Un album che va ascoltato con attenzione: Conor Oberst. Inanella una libertà espressiva in buona parte sconosciuta finora a Conor. E se il meglio, nonostante una produzione già tremendamente cospicua (e premiata) alle spalle, dovesse ancora venire?

 

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