CRYSTAL CASTLES II
Fiction/Universal

Eccessivi, modaioli, costruiti a tavolino: abbondanti critiche sono piovute addosso ai Crystal Castles, che da parte loro avranno probabilmente accusato il colpo con un sorriso a denti scoperti e il dito medio alzato. Il partito degli entusiasti, comunque, è stato fin dall’inizio parecchio nutrito: facile, con un esordio fulminante
come l’omonimo album del 2008, autentica fucina di malatissime melodie infettive, tetris elettronici da rompicapo e improvvisi attacchi di rabbia paralizzante. Ethan Kath, principale songwriter e produttore, e Alice Glass, cantante roboticamente camaleontica, rispondono con i fatti, con un soddisfacente secondo capitolo di studio ultimato tra chiese islandesi e garage di Detroit. Forse i potenziali singoli capaci di monopolizzare il lettore e le piste da ballo sono in tale circostanza in numero inferiore, ma la robustezza dell’insieme si delinea al ripetersi degli ascolti. Il fattore sorpresa è leggermente scemato, ragion per cui è un piacere constatare che le cose continuano a funzionare sia nei prevalenti pezzi più eterei (una Celestica che condisce Madonna in salsa shoegaze, una Empathy che è morbidissimo flipper, una Suffocation che non disdegna rimandi french touch, la cover Eighties Not In Love dei conterranei new wave Platinum Blonde, le stranianti Vietnam e I Am Made Of Chalk), sia nei proiettili abrasivi (l’introduttiva Fainting Spells e l’ossessiva, concisa Doe Deer, con sample dell’inedita Insectica, oppure una Birds che miscela effetti sintetici e riff circolari), nelle cartucce a elevate dosi di battiti (la filo-rave Baptism, una geniale Year Of Silence che ha fatto parlare di sé per i campionamenti vocali di Jónsi dei Sigur Rós, dal brano Inní mér syngur vitleysingur). La notizia più importante è che il duo canadese, al di là di scene e rimandi vari, ha il gran pregio di centrare il bersaglio dell’immediata riconoscibilità. A ben pensarci, proprio il motivo principale per cui è talmente odiato o amato di (ri)getto, senza mezze misure.

tratto dal Mucchio n°671

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