Aleph…
Coptic Cat/Goodfellas

David Tibet sa benissimo, in quanto erudito studioso di testi sacri, che l’Apo­calisse è, prima di ogni altra cosa, un genere letterario. Ed è senza dubbio uno di pochi in grado di maneggiare questo genere con gli strumenti appropriati: una cultura vastissima e inesausta e, ancora più importante, una visionarietà non comune che, in un periodo di inibizione dell’immaginario come questo, brilla con accecante persistenza. Tibet ha anche smesso di essere esclusivamente una figura di riferimento di folk apocalittico e dintorni, e il precedente album dei Current 93, Black Ships Ate The Sky, arricchito da una impressionante parata trasversale di ospiti (dal pupillo Antony a Shirley Collins), gli è valso addirittura il disco di platino in Gran Bretagna.
Aleph At The Hallucinatory Mountain è piuttosto diverso dal predecessore ma appartiene anch’esso ad una fase particolarmente felice della vita artistica del musicista inglese. Se in Black Ships Ate The Sky la partita si giocava sulla ciclicità dei brani e la varietà dei colori, questa volta il suono della band – oltre a fedelissimi come Baby Dee, John Contreras e Steven Stapleton sono della partita, tra gli altri, Andrew WK al basso, Matt Sweeney e James Blackshaw, alias Hush Harbors, alle chitarre – è più compatto ed elettrico, e nel raccontare la vicenda di una umanità fondata fin dai primi passi sull’assassinio (avrebbe dovuto essere una trilogia, poi condensata in un unico ciclo di canzoni) è in grado di passare dai riff allucinati di Not Because The Fox Barks, ovvero i Comus annichiliti dalle chitarre dei Black Sabbath, all’acid folk struggente di UrShadow (ospite Rickie Lee Jones), mentre 26 April 2007 traghetta in antri luciferini il Serge Gainsbourg di Melody Nelson e le poche note di piano di As Real As Rainbows accompagnano la voce della pornostar Sasha Gray nell’evanescente finale. La capacità di piegare alle proprie esigenze di affabulatore materiali di ogni tipo è, ancora una volta, impressionante.

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