LENSES ALIEN
Memphis Industries/Goodfellas

Ci sono buone probabilità che nel 2009, nella miriade di pubblicazioni che – come ormai capita da almeno tre lustri –
continuano a fagocitare un mercato dall’encefalogramma
mestamente piatto, vi sia sfuggita un’autoproduzione che
rispondeva al nome di Why There Are Mountains, esordio di una misconosciuta band di Staten Island. Non ci sarebbe nulla di male, cose che capitano, se di quell’album, che oggi su eBay, anche per merito dei favori di Pitchfork, vale oro, non ve ne foste accorti. Ci sarebbe, caso mai, da rammaricarsi per non aver beneficiato, sin da subito e con conseguente possibilità di vantarsene con gli amici, di suoni sghembi, ora prossimi allo shoegaze, adesso non troppo dissimili dall’artrock.
Se, invece, lasciaste passare inosservato Lenses Alien, questa
sì risulterebbe una nefandezza, poiché i Cymbals Eat Guitars – il
nome deriva dalla definizione che Lou Reed diede del tipo di musica suonata dai Velvet Underground – sono destinati a ritagliarsi un posto di assoluto rilievo tra le speranze dell’indie a stelle e strisce.
Un esempio concreto dell’approccio di queste undici tracce è fornito da Rifle Eyesight (Proper Name) che, fatte le dovute proporzioni, ricalca esattamente il copione portato in scena dai ragazzi con And The Hazy Sea, il primo pezzo di Why There Are Mountains: otto abbondanti minuti in cui il brano cambia struttura almeno quattro volte, muovendo da un incrocio di voce, basso e chitarra e finendo per lambire, nel suo corpo centrale, movimenti di puro intimismo, a tratti persino lucidamente onirici e rapidi a cavalcare il genio dell’improvvisazione che si impossessa di Joseph D’Agostino e di Matthew Mille, una quarantina di anni in due, amici sin dai tempi della scuola e illuminati fondatori del combo. E che Rifle Eyesight (Proper Name) sia lì, in apertura, è opzione non solo assolutamente condivisibile, ma certo non causale; sfrontata, invece, quel che basta per far comprendere a chi si avvicina ai Cymbals Eat Guitars che se si è alla ricerca dell’hit furbetto o del tormentone che si ambirebbe veder trasmesso su MTV magari è il caso di attendere ancora
qualche settimana, ché Chris Martin è quasi pronto con il nuovo
Coldplay. Loro, i quattro del borough di New York (dove – coincidenza? – il 50 percento degli abitanti è di origine italiana), a compromessi non scendono, di scontato non fa(ra)nnomai nulla; tanto che la volontà di lavorare per questa seconda opera lunga con John Agnello, uno dei produttori più à la page in circolazione, sembrerebbe l’ennesima, eccellente provocazione di un quartetto che sa perfettamente cosa vuole ottenere e in che modo.
Tali scelte consentono a Lenses Alien di crescere ascolto dopo ascolto, con una naturalezza che rimanda a Sebadoh e Neutral Milk Hotel, a Superchunk, Yo La Tengo e Guided By Voices, ai tempi in cui, nella nostra cronica, inguaribile ingenuità, correvamo ad alzare il volume quando, dalla radio, percepivamo le prime note di Cut Your Hair. Qui, ovviamente, non tutto è follia, per quanto controllata: spesso i ritmi sono tipici di composizioni che meriterebbero di ricevere un’esposizione mediatica ben superiore rispetto a quella che, verosimilmente, otterranno (Keep Me Waiting, Definite Darkness), impreziosite, quelle stesse composizioni, da una psichedelia bagnata da un pop sussurrato e da sghembi intrecci tra bassa fedeltà e ballate elettrificate sinuose e crepuscolari (Plainclothes, Wavelenghts). Ecco, allora, che quasi senza accorgersene, a dieci anni dalla pagina più tragica della sua recente storia (l’attacco dell’11 Settembre) e a venti da Nevermind e Generation X, l’America, che nel frattempo, come noi tutti, è radicalmente cambiata, rischia
di aver trovato il gruppo che alla perfezione incarna il desiderio di (r)innovazione: questo è il suono di Lenses Alien e i Cymbals Eat Guitars hanno tutto per trasformarsi nei paladini di una generazione (nel frattempo diventata A) che dovrebbe riscoprire il piacere di ascoltare musica con un vecchio giradischi.

Tratto dal Mucchio n° 687

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