Fuori le carte. Favorisca i documenti. E allora, favoriamo: la nostra è una posizione critica, vero, non tanto nei confronti dei Daft Punk, quanto di quello che si è scatenato intorno a loro già da anni, diciamo dall’evento-epifania del concerto gratuito al Traffic Festival, Torino, una delle date del “tour con la piramide”: tour in cui legioni di indie rocker ed ascoltatori generalisti hanno scoperto quanto è bello, liberatorio, catartico ballare. Quanto può essere affascinante la musica dance, con la sua cassa e la sua iteratività robotica. La dance non l’hanno inventata i Daft Punk, la cassa in quattro nemmeno, ma Thomas e Guy-Man con Homework prima, con Discovery e la pacchiana perfezione di quel tour poi hanno trovato la chiave perfetta per rendere universale il battito house con tutte le sue implicazioni socio-storico-musicologiche. Logico che molte persone li amino, anzi, addirittura li deifichino: ai loro occhi hanno portato il Verbo. Bella la musica dance, vero? Coinvolgente come poche, no? E vi ricordate di quando, magari fino a cinque minuti prima, dicevate che era una porcheria, che non era musica?
Posto che Discovery era già un lavoro pericolosamente paraculo (affascinante ma paraculo, o forse affascinante perché paraculo) e Human After All invece uno sketch più che un album (però ha il suo perché, ha una sua bizzarra ma coraggiosa integrità), l’ansia e l’attesa che si è scatenata per l’arrivo del nuovo-disco-dei-Daft-Punk (non vorremo mica considerare tale la colonna sonora di Tron, vero?) è semplicemente insana. Lo riscriviamo: insana. Isterica, ecco. Senza giustificazioni razionali. Ma la musica mica si può solo affrontare con giustificazioni razionali. Verissimo. Basta però esserne consapevoli.
Se si è fan, si è fan. Ci si entusiasma a priori. Si falsano i propri personali metri di giudizio, pur di continuare a vivere il sogno, l’entusiasmo, l’adrenalina e l’irrazionalità dell’amore. Va benissimo. Perfetto. Ma non chiedete a tutti di farlo. Non ordinatelo. Non potete farlo. Però ecco, su tutto questo i Daft Punk hanno colpe zero, se non quella di fare una musica di cui è facilissimo innamorarsi. Che non è una colpa, è un merito!
Perché tutto questo discorso? Perché Random Access Memories è tremendamente paraculo. Ma lo è in modo dichiarato, felice, onesto. Random Access Memories sono due francesi ormai quasi di mezza età, creativamente un po’ prosciugati ed impigriti, che hanno carta bianca per realizzare la loro Disneyland, anzi, Memoryland personale: sei cresciuto ascoltando gli Chic e Donna Summer?, e allora pigliati Nile Rodgers e Moroder e fagli fare il Nile Rodgers da cartolina (la chitarrina funky, santo cielo!) e il Moroder monumento di se stesso. Poi: da bambino ti ha tanto stregato Il fantasma del palcoscenico? E allora chiama Paul Williams a cantare. Non ti dimenticare dei vecchi amici (Todd Edwards, Dj Falcon), gratifica quelli nuovi e simpatici (Panda Bear, Chilly Gonzales), chiama una batteria di turnisti che è una All Star del pop da classifica di qualità degli ultimi quattro decenni (ok, i Toto non ci sono, ma in spirito è come ci fossero), butta giù qualche idea (ma non ne servono manco tante, visto che una successione armonica – quella di Get Lucky – la puoi impunemente spalmare su altre due tracce dell’album praticamente tale e quale), crea gli arrangiamenti seguendo i manuali, al massimo divertiti a fare accostamenti inusuali. Et voilà. La gente, molta gente, griderà lo stesso al capolavoro. Spaccerà la gradevolezza per genialità. La scorrevolezza per epica. E altre piccole esagerazioni.
Ti dirà che in fondo il prog è bello. Che la disco non è cheesy. Che Cerrone e i Rockets erano dei geni. Rivaluterebbero anche gli Shakatak, se solo li conoscessero. Non è colpa dei Daft Punk. Ma di Random Access Memories sì. I dischi vecchi dentro, ed orgogliosi di esserlo, non andrebbero mai troppo elogiati, se veramente volete bene agli artisti e non al feticcio che vi siete fatti di essi.

Pubblicato sul Mucchio 707, giugno 2013

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