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Damon Albarn

Everyday Robots

Parlophone/Warner
8

Una domanda che si fa spesso tra appassionati di musica è: “Qual è il primo disco che hai comprato?”. Parte di chi oggi ha circa trent’anni vi risponderà con un titolo degli Oasis o
dei Blur, quando a metà anni 90 si passavano i pomeriggi a guardare MTV Europe e si leggevano gli “NME” a scrocco da Ricordi, vivendo a distanza “l’ultimo fenomeno generazionale della musica pop inglese”. Nel caso di chi scrive, quell’album fu The Great Escape, settembre 1995. Una casualità che non poteva non lasciare il segno, nonostante i Novanta abbiano certamente regalato molto altro. C’è voluta una reunion per convincere parecchi a rivedere in prospettiva il lavoro dei Blur, andati ben oltre la “scena supportata dall’establishment”, per dirla con Kevin Shields.

Stringendo l’obiettivo su Damon Albarn, ed Everyday Robots è solo un pretesto più ufficiale, possiamo azzardare a definirlo una delle poche, se non l’unica, figura musicale – con quelle specifiche coordinate spaziotemporali – a essere cresciuta realmente e costantemente insieme al suo pubblico, a non averlo tradito, magari rassicurandolo con un impeccabile immobilismo e autocitazionismo. Dopo aver guardato sempre avanti, attraverso occhi e suoni ogni volta diversi, con il suo esordio solista in venticinque anni di carriera il piccolo erede di Ray Davies – o, se preferite, la versione inglese e aggiornata di David Byrne – si ferma, si volta indietro e si osserva. Everyday Robots è l’insieme di tutte le esperienze che Albarn ha coltivato dai Blur a oggi, velate della nostalgia di chi sta compiendo, per la prima volta, un viaggio interiore a ritroso. C’è un artista vivacemente raffinato, capace di attingere a un baule di suoni già noti, che stavolta ha preferito riporre il suo coraggio nei testi. Le trame musicali sono pensate per lasciare spazio alla narrazione, che racconta di solitudine nell’era digitale, dell’infanzia sulle rive di un lago nella periferia Nord-Est di Londra e di un’adolescenza fra i boschi della conservativa Colchester, ma anche di un piccolo elefante conosciuto in Africa e di fotogrammi personali che creano connessioni con la musica. Il meccanismo, come nella migliore tradizione della popular culture, genera auto immedesimazione. Ma Albarn non sta fingendo. Sta parlando con l’anima.

Ed è proprio “soulful” la parola che più si adatta a questo album. Non è un caso che nella stanza dei bottoni ci sia Richard Russell, boss di XL Recordings con cui nel 2011 il biondastro quarantaseienne ha collaborato in Congo per il progetto DRC Music e prodotto, nel 2012, The Bravest Man In The Universe di Bobby Womack. Due esperienze che segnano Everyday Robots: la prima, soprattutto nella title track; la seconda, con la sua sinergia soul disseminata in tutto il disco e arricchita dai beat dei Gorillaz, da suggestioni world (Mr. Tembo), da archi, fiati, gospel (con la partecipazione del Pentecostal City Mission Choir, il coro della parrocchia in cui è cresciuto Albarn) e, in Heavy Seas Of Love, da una rarità come la voce di Brian Eno (anche ai synth di You & Me). Pianoforte e chitarra acustica gli strumenti traino, con gli accordi di Hostiles che riportano ai The Good, The Bad & The Queen e la sensazione di ascoltare ballate moderne e minimali, in cui la scrittura matura di Albarn incontra il soul contemporaneo o, all’occorrenza, la voce di Bat for Lashes (in The Sefish Giant).

In un bel documentario sull’album, il musicista racconta di come prima del viaggio sonoro di Everyday Robots ci sia stato un viaggio reale nei luoghi del suo passato, attribuendo agli arpeggi intimi, scarni e ombrosi di Hollow Ponds un valore di snodo per tutta
la composizione. Prima, durante e dopo questo percorso ha raccolto appunti, idee, motivetti registrati sull’iPad o su cassette, un modus operandi schizoide iniziato già nel 2003 con Democrazy, raccolta di demo nota come la sua prima ufficiosa uscita solista. Oggi in molti lo considerano l’autore inglese più completo in circolazione. Lo immaginiamo sorridere e rispondere: “When I’m lonely, I press play”.

Commenti

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