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Daniele Celona

Amantide Atlantide

Nøeve/Sony
7.5

Dimenticare di sapere è una dote complicata e che manchiamo di possedere, eppure se riuscissimo a scordare la lingua italiana e in questo stato di beata ignoranza ascoltassimo Daniele Celona, potremmo credere di avere tra le mani un ottimo album di alt-rock smaccatamente britannico, tenuto in vita dalla medesima linfa di band tristemente non più in attività (Puressence, per dirne una). La voce possiede vibrato e rabbia in parti uguali e si sposa magnificamente con l’impianto massicciamente chitarristico ad opera dei Nadàr Solo, capace di esplodere fragorosamente così come di mantenere una costante tensione. Tuttavia dobbiamo arrenderci all’evidenza di conoscere il significato di ogni parola pensata, scritta e poi cantata dall’artista torinese. È il momento in cui i paragoni si offuscano, spariscono. Che si raccontino le storie di molti (“Nella provincia più profonda cos’altro dovresti fare. Drogarti? Scopare?” – Sud Ovest) o le storie di pochi (“Eccolo il mio rivale / il giovane scrittore che ha trovato per miracolo due colonne nel giornale locale” – Johannes), è impossibile non rimanerne colpiti e sentirsele cucite addosso. Amantide Atlantide ha nei suoi geni la voglia di urlare il disagio e il disincanto, ma con estrema lucidità e intelligenza. Dischi del genere, oggi, sono un bellissimo segnale. A noi il compito di accoglierlo.

Commenti

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