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Daughn Gibson

Carnation

Sub Pop/Audioglobe
7.5

C’è chi al terzo album prova a definire tutto e chi sceglie di dedicarsi a un tema quale il “caos delle circostanze”. C’è chi non vede l’ora di spiegare ogni minima cosa e chi ci tiene a svelare ben poco, a mantenere un riserbo che sfuma nell’enigma. Daughn Gibson, da Carlisle, PA, appartiene alla seconda categoria, ma Carnation è comunque un lavoro curato al dettaglio, registrato e coprodotto da Randall Dunn a due anni di distanza dall’ottimo Me Moan e tre dal sorprendente All Hell. La voce calda e profonda del songwriter americano dà corpo e anima a immagini che potrebbero uscire da una Bibbia riveduta e (s)corretta da un Joe R. Lansdale, tra morti felicemente dissanguati, stanze d’albergo che si trasformano in paradisi, chiamate che corrono sulla linea telefonica. Il signore in questione è un vero duro, ma realizza il suo disco sin qui più melodico ed elegante, ad acuire il contrasto con le ombre che si allungano sulle undici tracce in scaletta. La principale chiave di lettura è proprio il contrasto: fra elettronica e strumenti suonati, fra classico cantautorato discendente dal country e fascinazioni “trip hip hop”, fra passato e presente, perdizione e beatitudine. È un mondo diviso in due, dove oltrepassare la linea è un attimo e spesso sfugge al nostro controllo.

Il mini-gospel di Bled To Death funge da introduzione, Heaven You Better Come In avvolge e Shatter You Through coinvolge con enfasi di corde e tasti. Da una parte il groove sporco di For Every Bite e la tromba jazzy di Shine Of The Night si votano alla carnalità e al “Sgt Love”, dall’altra lo struggimento malinconico di Daddy I Cut My Hair e A Rope Ain’t Enough amplifica un’inadeguatezza strisciante. I Let Him Deal fa entrare raggi di rock anni 80, la filmica Runaway And The Piro lascia campo agli archi, It Wants Everything è blues dark e Back With The Family cala il sipario passando dal soul-pop al gothic crooning. Forse non ancora rose rosse ma già inebrianti, queste canzoni sbocciano e appassiscono come le esistenze umane che raffigurano.

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