daughngibson
Daughn Gibson

Me Moan

Sub Pop/Audioglobe
8

Josh Martin nasce a Nazareth e si trasferisce a Carlisle, sempre in Pennsylvania. Inizia seriamente a fare musica come batterista della stoner band Pearls And Brass, con la quale pubblica due album tra 2003 e 2006. Sei anni dopo l’aitante ragazzo ormai trentunenne – che per guadagnarsi da vivere fa principalmente il camionista, ma al bisogno imballa pure scatole quando non controlla il registro di librerie per adulti – va in giro con camicie a quadri sbottonate sul petto e si ripresenta sulle scene come Daughn Gibson, all’esordio da solista con All Hell. Tutto l’inferno è del resto ciò che viene fuori da un vocione baritonale, che sembra aver mandato a memoria le lezioni di Johnny Cash e di certo Scott Walker. Proprio a Cash, così come a Lee Hazlewood o Hank Williams, guarda una raccolta di canzoni che si rifà espressamente al country e utilizza al contempo l’elettronica. Perché magari, mentre guida al volante, il songwriter si sintonizza su qualche stazione roots e nel tempo libero si tiene aggiornato ascoltando le recenti uscite di area dubstep, da Burial a James Blake. Uno dei tanti connubi possibili tra vecchio e nuovo, di sicuro uno dei più estremi da immaginare, in affinità con le intuizioni di Dirty Beaches o con le ultime contaminazioni di John Grant. Di sicuro uno dei più difficili, quindi, da portare a termine senza risultare forzato o ridicolo.
Martin/Gibson, però, ci riesce e ottiene persino il plauso della critica mettendo d’accordo conservatori e progressisti, gente che bada ai fenomeni del momento e gente che bada con un pizzico di snobismo alla sostanza. Insomma, un personaggio per certi versi ambiguo e misterioso che soddisfa sia “Spin” sia “Pitchfork” e per assurdo in grado, almeno sulla carta, di avvicinare addirittura repubblicani e democratici, visto che nelle foto si fa ritrarre con fucili in spalla mentre inneggia all’apertura delle sue vedute stilistiche.
Adesso tocca quindi al secondo capitolo di studio, Me Moan, che segna il prestigioso passaggio di etichetta alla Sub Pop. I tenebrosi lamenti, veicolati con un canto a tratti leggermente monocorde, sono comunque accompagnati da trame strumentali vitali, che uniscono appunto battiti sintetici o campionamenti e chitarre di ogni tipo, ma all’occasione anche violoncello, trombone e organo. Il tutto suona classicamente moderno, oppure modernamente classico. C’è da aggiungere un immaginario che, sin dalla fortissima immagine di copertina, lega riferimenti religiosi e fantasmi, sacro e profano, riallacciandosi ancora di più alla tradizione americana ma al contempo prendendola a calci. Un immaginario fatto di figli di puttana da mandare all’inferno, del desiderio e del suono della legge, di nascite lungo la strada, presagi udibili nei tuoni e stanze d’albergo, di notte e anima, di macchine che si sfasciano e croci nei torrenti, di falò e lune che si sciolgono, canzoni irlandesi e visioni in bianco e nero, baci e appuntamenti nei bagni, Merlot e sigarette.
Ci sono pezzi orecchiabili nel coadiuvare melodia e ritmo, quasi ideali per una trasmissione in radio, da Phantom Rider alla veemente Kissing On The Blacktop o una Won’t You Climb che piacerebbe a quei romanticoni degli XX. Ci sono episodi che spingono la fantasia oltre: il futurismo con cornamuse di Mad Ocean potrebbe appartenere a un Patrick Wolf in versione macho, nel blues di The Pisgee Nest spunta fuori una pedal steel talmente stratosferica che parrebbe essere maneggiata da Kaki King (in realtà a suonarla è tale Justin Brown). E, a proposito di sei corde, John Baizley dei Baroness e Jim Elkington dei Brokeback ci mettono del loro qua e là. Si va poi da una You Don’t Fade che funzionerebbe persino in pista a una Franco che predilige l’intimismo, fino alla malinconia pura di All My Days Off e della conclusiva, più speranzosa Into The Sea.
La quinta è ingranata, il viaggio vale decisamente il prezzo del biglietto.

Pubblicato sul Mucchio 708/709

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