Hourglass
Mute/Emi

Che aspettative avevate, sul secondo lavoro solistico di Gahan? Noi, poche. Non perché il suo predecessore, “Paper Monsters”, fosse indecoroso; era però una sorta di autoterapia, nel quale il frontman dei Depeche Mode dimostrava, forse ancor più a se stesso che al mondo, di poter vivere anche uscendo dal cono di luce artistico irradiato da Martin Gore. Era decente e dignitoso, ma non moltissimo altro; era in generale non troppo incisivo, restava più impresso lo statement implicito “Questo non è un disco dei Depeche Mode!” (per il taglio e la struttura delle canzoni, per gli arrangiamenti…) che altro. Bene. Questa la premessa. E potete quindi capire quanto noi per primi ci ritroviamo sorpresi a indicare “Hourglass” come uno dei migliori dischi pop del 2007. Se non il migliore.
Gahan all’improvviso si è riappacificato col fantasma/ossessione di Gore, e ha avuto la serenità di creare un album dalle sonorità scuro-elettroniche. Sì, esattamente quelle che hanno fatto la fortuna e l’identità della band-madre, ma con una differenza: grazie ai suoi collaboratori, Christian Eigner e Andrew Phillpott (che dei Depeche sono batterista e ingegnere del suono in concerto), è riuscito a fare ancora di meglio. Davvero: dai tempi dell’esordio di Seal pilotato da Trevor Horn, e parliamo di sedici anni fa, non ricordiamo un disco pop dagli arrangiamenti così belli, intelligenti, raffinati, affascinanti. Archi e sintetizzatori, ritmiche programmate e percussioni live, chitarre rock e stranianti atmosfere digitali: un equilibrio tanto complesso da gestire quanto perfetto. E le canzoni, come sono? Belle pure loro. Belle nei testi (niente di geniale, sia chiaro, ma tutto fila e le parole di Gahan suonano oneste), belle se non bellissime nella scrittura. “Use You” è l’apice, un blues al silicio, ma subito dietro vengono “Miracles”, “Saw Something” e “Insoluble”. Anche nel caso in cui non ti sembrino granché, hanno ad un certo punto soluzioni e idee di primissima qualità (vedi ad esempio “21 Days” e la sua coda). Grande, grandissimo disco.

(Recensione tratta dal Mucchio n.639 – ottobre 2007)

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