HERE LIES LOVE
Nonesuch/Warner

La “morte dell’album”, per dirla con David Byrne nelle sue note di accompagnamento, ha prodotto un album monumentale. Un paradosso? No, semplicemente la voglia di rilanciare ancora più in alto, per superare le secche della febbre da download (e dell’inciviltà, permetteteci di dirlo, per la quale è considerato normale, se non giusto, che la musica si possa avere gratis). Bravo Byrne ad affrontare la situazione con questo piglio, e bravo anche a sparigliare le carte creando questa strana coppia con Fatboy Slim. A essere cattivi, nemmeno tanto strana, dato che in fondo entrambi hanno un grande futuro dietro le spalle: due artisti, cioè, che hanno ridisegnato le regole del gioco, rivoluzionandole quasi, ma che oggi sono arrivati in quella rischiosa posizione per cui non ci si aspetta più di tanto da loro in quanto, nei rispettivi campi, vengono un po’ considerati i monumenti di se stessi. A sentire poi il primo dei due cd (sì, perché Here Lies Love è doppio), i pensieri cattivi paiono quelli che disegnano i dati di fatto. L’impressione, insomma, è che questo progetto sia un elegantema pachidermico e inerte colonnone sonoro da musical esplicitamente agiografico, con l’aggravante che l’agiografia è, beh, su Imelda Marcos, non proprio il personaggio più umile e valoroso nella storia dell’umanità. Sì, c’è qualche sprazzo melodico interessante (Every Drop Of Rain), ma ci si barcamena fra echi di Abba, annacquate citazioni disco e viaggi nel pop anni 80 come lo faceva Tina Turner. Mah. Il secondo cd segna un netto cambio di rotta: la mano di Fatboy Slim comincia a farsi sentire (ed è ispirata), la storia di Imelda vira verso un acido disastro, Byrne arriva a toccare vette di ispirazione ai livelli dei Talking Heads (American Troglodyte, Men Will Do Anything). E ti ritrovi a comprendere che il primo cd una volta sentito il secondo acquista più senso, il secondo cd una volta ascoltato il primo si mostra ancor più bello. Poteva essere un fragoroso inutile fallimento (ornato di una line up vocale da paura, la lista delle ospiti è pazzesca), invece è un centro pieno.

tratto dal Mucchio n°669

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