THE MOONSTATION HOUSE BAND
Secretly Canadian/Wide

Se hai da poco passato i venti e arrivi da quel crogiuolo di suoni ed atmosfere che risponde al nome di Chicago è verosimile che, musicalmente parlando, tu possa essere attratto dal jazz, dal rock strumentale (a cui, qualcuno, ogni tanto premette il post) o da quell’indie che formazioni come gli Smashing Pumpkins hanno avuto il merito (e la fortuna) di portare sulle copertine di tutto il mondo. Non David Vandervelde, cantante, polistrumentista ed amabilissimo song-writer. L’autore di “The Moonstation House Band”, il suo esordio, guarda con maggior interesse all’Inghilterra di metà Anni Settanta se è vero che da “Feet On A Liar” fino a “Can’t See Your Face No More” e con l’intermezzo di “Wisdom From A Tree” è tutta un’esaltazione del Bowie periodo “Hunky Dory”/”Diamond Dogs” e dell’Elton John era “Don’t Shoot Me, I’m Only The Piano Player” (in entrambi i casi, vi prego, prendetelo come un complimento). Ama le partiture acustiche (“Murder In Michigan” e il dolcissimo ed etereo “Moonlight Instrumental”) e, con pochi, sapienti tocchi (“Jacket”) riesce a costruire movimenti di celestiale introspezione. In questi casi, considerata la ridottissima discografia, non è il caso di esaltarsi troppo; il quesito, però, è d’obbligo: e se fosse nata una stella?

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