Halcyon Digest
4AD/Self

Basandosi esclusivamente sulla sua musica, sia coi Deerhunter che nel progetto solistico Atlas Sound, viene naturale immaginarsi Bradford Cox come un tipo scostante e ombroso. Poi lo si vede sul palco e tutto cambia: sorride, parla col pubblico e sembra davvero una persona, se non serena, per lo meno divertita. Evidentemente c’è anche un aspetto più solare della sua personalità, che finora aveva trovato spazio solo in maniera parziale nei suoi dischi. Con “Halcyon Digest”, però, le cose un poco cambiano. Intendiamoci, non che improvvisamente i Deerhunter siano diventati i Supergrass o gli Of Montreal; la predilezione per le atmosfere oscure rimane, così come quell’atmosfera sottilmente inquietante che attraversa i brani dal taglio maggiormente intimistico. E però in parecchi episodi quella tensione di fondo che della formazione di Atlanta, Georgia è uno degli impliciti marchi di fabbrica sembra venire meno, rivelando un’accessibilità gustosa e fino a ieri soltanto intuibile.
Se dunque il brano di apertura, l’umbratile “Earthquake”, si sviluppa per accumuli di strati e arpeggi per poi progressivamente svuotarsi, le successive “Don’t Cry” e “Revival” – più rugginosa la prima, più pulita la seconda – risplendono di riflessi lennoniani, mentre la sbarazzina “Memory Boy” ha qualcosa degli Elf Power di qualche anno fa. “Basement Scene”, poi, cita e vira appena in nero gli Everly Brothers, mentre “Desire Lines” (uno dei due brani firmati dal chitarrista Lockett Pundt, a sua volta titolare di una fortunata carriera in proprio a nome Lotus Plaza) è una cavalcata su cadenze alla Arcade Fire. Fatta eccezione per alcuni episodi – la struggente ninnananna “Helicopter” e “He Would Have Laughed”, elegia in memoria dello scomparso Jay Reatard – i Deerhunter di oggi sono dunque nel complesso un po’ meno perturbanti e psichedelici e, a modo loro, più pop. Per come la vediamo noi, uno scambio alla pari, anche perché immutato è il livello della proposta.

tratto dal Mucchio n°675

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